• Giu
    01
    1999

Classic

Warner Music Group

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“The softest bullet ever shot” (il più tenero proiettile mai sparato – The Spark That Bled (The Softest Bullet Ever Shot ): in questa frase si può racchiudere il senso musicale di questo disco – il nono in tredici anni di carriera – dei Flaming Lips. Dopo gli esordi indie noise degli anni ’80 e un progressivo avvicinamento a sonorità più dolci e raffinate, il gruppo dell’ Oklahoma approda, alla fine degli anni ’90, a un pop sinfonico dalle fattezze piuttosto acide. Senza abbandonare mai la passione per le atmosfere psichedeliche e la vena surrealista dei testi, Wayne Coyne e compagni, con The Soft Bulletin si riscoprono eleganti, ma lo fanno in maniera disinvolta e sempre ironica.

Dietro le atmosfere dolciastre e a tratti “esageratamente” orecchiabili, si nasconde sempre un sottofondo parodistico nei confronti degli stili più usurati del pop. Ecco allora che le influenze musicali subiscono una virata pericolosa, rischiosamente mortale: dal noise dei Sonic Youth al pop sofisticato degli ultimi Beach Boys, dal garage dei Pixies alla psichedelia circense dei Beatles, i Flaming Lips si tuffano nel mainstream, ma con i giusti anticorpi di chi proviene dal rock indipendente. L’alto rischio comunque, in questo caso, equivale alla qualità.

La produzione di Dave Fridmann basterebbe già a garanzia della raffinatezza e complessità di un lavoro pomposo e semplice allo stesso tempo. I pesanti arrangiamenti con suoni orchestrali sintetizzati e pianoforti riverberati, rivestono un tessuto leggerissimo in cui i clichè del pop trovano nuova vita in un’invenzione melodica eccezionale; queste caratteristiche avvicinano molto Soft Bulletin a Deserter’s Song dei Mercury Rev (altra produzione di Fridmann), di cui sembra quasi un album gemello e che affianca all’apice qualitativo del pop orchestrale. La grandezza di quest’album, progettato come una sorta di colonna sonora di un film immaginario, sta soprattutto negli arrangiamenti, che rendono le strutture chiuse della forma canzone e le melodie orecchiabili non un fine ma un semplice mezzo: un disco pop che gioca con il pop e lo stravolge nella sua stravaganza. Basterebbe la batteria sorda e pesante di Race For The Prize (che sembra quasi voler “rovinare” l’appiccicoso motivetto introduttivo) a rappresentare l’idea del pop che i Flaming Lips danno in questo disco.

Bassi profondi e suoni lo-fi; un cantato stridulo sovrapposto a raffinati intrecci di fiati e archi; arrangiamenti pomposi e semplici melodie: sono molti gli elementi di “disturbo” che trasformano le atmosfere limpide della canzonetta in qualcosa d’altro, le sfilacciano e rimodellano. Anche un perfetto singolo radiofonico come Waitin’ For A Superman, mette in evidenza forti contrasti tra l’atmosfera angelica di violini e campane e le stonature/scordature del pianoforte e della voce di Coyne, sempre sul filo della tonalità. E qui i riferimenti a Syd Barrett sono abbastanza giustificati: nel goffo gospel di The Gash, nelle sonorità sognanti di The Observer e Feeling yourself disintegrate, nel pesante andamento di Slow Motion, i Flaming Lips non nascondono mai il gusto per un sarcasmo tipico della psichedelia barrettiana. Il disco si chiude con tre remix di Peter Mokran (uno abituato a lavorare con gente come Michael Jackson!) come a voler aggiungere una provocazione in più a un lavoro che si mette in discussione dall’inizio alla fine e non lascia mai intendere chiaramente se si sta ascoltando un capolavoro o un prodotto usa-e-getta. E questo lo rende ancora più affascinante.

1 Giugno 2006
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