• Ott
    05
    2017

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Flavio Giurato ci aveva abituati a un’assenza che in questi anni si è pian piano trasformata in aura di puro mistero. E non perché ci fosse un particolare progetto di marketing dietro – anzi, forse ne riderebbe del caso LIBERATO – ma proprio perché ha sempre rifuggito le logiche da major, i tempi serrati di pubblicazione, l’esserci sempre e comunque anche quando non si ha nulla da raccontare. Giurato sembra farne invece un discorso bonariamente egoistico, ovvero una presenza bastevole esclusivamente per sé stessa, ma con un racconto in grado di farsi corale, trascinando nel flusso narrativo personaggi controversi ed irresistibili (il concept alla base de La Scomparsa di Majorana), racconti in grado di trasformarsi in parabole (Marco Polo) e amori splendidi e dolorosi (Il Tuffatore). Inutile e stucchevole ripercorrere la quantità di giorni che separano tra loro le precedenti pubblicazioni, basterà sapere che ha meravigliato – spiazzando un po’ tutti – il sopraggiungere, a distanza di appena due anni, di questo Le Promesse del Mondo.

Un nuovo concept album, come al solito caleidoscopico, ma che guarda da diverse angolazione al tema cocente delle migrazioni con uno sguardo tagliente e critico. Nulla di premeditato, dal momento che tutto nasce, si evolve e consuma in studio, dove l’approccio continua a essere quello di un artigiano a servizio della propria bottega. E lo si può avvertire nettamente nei suoni caldi e vivi che vengono fuori da questa nuova prova, in cui il Nostro continua ad irrorare versi sanguigni e densi di significato. Un gioco complesso di rimandi a personaggi che hanno segnato destini (il partigiano Ugo Forno di Ponte Salario) o esperienze pregresse (l’intensa Agua Mineral), dove non viene sprecata una singola parola (sempre funzionale al flusso della narrazione) e che – come da copione – lo vede vestire i panni di un istrionico stregone abile nel far diventare un’unica voce lingue diametralmente opposte tra loro: dal romano al napoletano, passando per il castigliano e l’inglese, ogni idioma è pezzo insostituibile di una grande bandiera. Giurato somiglia lontanamente, in questo suo approcciarsi alla composizione, al prolifico Mark Kozelek – altro autore visionario e che da sempre preferisce una metrica slegata da qualsiasi regola. Da questo punto di vista è come assistere al naturale germogliare de La Scomparsa di Majorana, con suoni vividi e pulsanti che ritornano qui puntuali e che Giurato decide di vestire con una componente elettrica perfettamente aderente al climax, ad esempio, in Soundcheck o nella title-track Le Promesse del Mondo, e dove trova finalmente spazio in scaletta anche Digos, brano già ampiamente proposto dal vivo e che torna qui con tutta la sua carica criptica e crepuscolare.

Che sia incontenibile flusso di coscienza o serrato dialogo a più voci, l’incedere di Giurato è talmente straripante (il minutaggio dei brani è un indizio) da riuscire a distruggere gli argini di un cantautorato nostrano che soffre di una preoccupante episodicità e che può contare sui soliti noti. Il cantautore romano continua a confermarsi una gemma preziosa da preservare e custodire in tutta la sua essenza da puro outsider. «Più che un disco, una lezione di vita», chiosava appena un anno fa Fabrizio Zampighi, e non possiamo che confermare tutto ancora una volta, con maggior convinzione se possibile.

6 Ottobre 2017
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