Recensioni

7.5

Febbraio 2020, le canzoni sono tutte pronte: le melodie che si incastrano perfettamente, le ormai classiche armonie vocali calde come il pane appena sfornato. Mancano solo – solo? – i testi. Robin Pecknold, il songwriter autore di tutte le canzoni dei Fleet Foxes finora pubblicate, è bloccato. Sembra il 2008, dopo la pubblicazione del primo disco, quel Fleet Foxes che ha avuto un impatto enorme sul folk e sulla musica indie, e ha mandato in orbita da subito la band di Seattle. All’epoca Pecknold era insicuro, preda dell’ansia, per quello che il pubblico si aspettava da lui. A distanza di quasi dodici anni quell’ansia è ancora lì. È anzi aggravata da un contesto – la pandemia – che rende tutto mano a mano più complicato, perché «coronavirus is coming to America». Salta tutto, a cominciare dalle registrazioni che in quel periodo si stavano svolgendo a Los Angeles. Pecknold ritorna a New York, dove oramai fa base, e non fa altro che lasciarsi alle spalle la sua vita di compositore, dedicandosi, com’è successo a tutti noi, solamente alla quotidianità, in attesa che la bufera passi, sperando che passi…

Ma nonostante, come lui stesso ammette, la musica sia la più inessenziale delle attività, non si può immaginare una vita senza musica. E la musica, comprese quelle canzoni ancora da completare, fa di nuovo capolino nella vita di Pecknold durante il lockdown. Lunghe peregrinazioni up-state New York, nella Hudson Valley, nessuna meta prefissata: Pecknold diventa wanderer, vagabondo solitario nell’America martoriata dal coronavirus, un secolo dopo l’andare nei boschi di Thoreau, un secolo e mezzo abbondante dopo che Whitman ha posato lo sguardo sulla natura selvaggia del paese. Un bagno di paesaggi, di sensazioni, di crepuscoli, di scorci che poco a poco porta i pensieri verso coloro che non ci sono più, quegli «eroi musicali che ci hanno lasciato» e che finiscono nei testi di quei quindici brani già pronti. Ecco cosa mancava per cancellare l’ansia, la preoccupazione: dare una prospettiva al momento difficile che si stava vivendo, nel quale i problemi di una band di successo, per quanto importanti, scompaiono come neve al sole di fronte alla crudezza della morte, all’ineluttabilità della natura, alla ferocia di un virus.

Si ritorna miracolosamente in studio a Long Island e nel giro di niente, le registrazioni già messe dentro qualche hard disk prendono la loro forma definitiva e Shore diventa il quarto disco dei Fleet Foxes. Registrato come sempre da Robin Peckhold con il supporto di una pletora vertiginosa di musicisti amici e collaboratori (vanno segnalati qui almeno il quartetto di fiati The Westerlies, la cantante Uwande Akhere e il songwriter brasiliano Tim Bernardes), il disco è inteso dal suo deus ex machina come una «celebrazione della vita in faccia alla morte», una sorta di reazione interiore alla tragedia esteriore, in un rimando dentro-fuori che, ancora una volta, echeggia la tradizione poetica americana, Whitman in testa.

Musicalmente, il faro rimane sempre l’uso ossessivo della stratificazione corale e vocale figlia della passione di Pecknold per Pet Sounds e il genio di Brian Wilson, qui declinato come sempre nella miscela di solare indie-folk. Non c’è granché di nuovo, rispetto a quanto già sentito fin qui. Ma è una scelta deliberata: l’obiettivo è esplicitamente quello di continuare a coltivare quell’orto musicale caldo, abbracciante, che fa bene al cuore e che ha, nelle scelte di Pecknold, una precisa genealogia: Arthur Russell, Curtis Mayfield, Nina Simone, Michael Nau, Van Morrison, Sam Cooke, João Gilberto e qualche altro. Tutti autori di musica che «è contemporaneamente complessa ed elementare, “sofisticata” e umana, a propulsione ritmica ma delicatamente melodica».

Shore, come esplicitato dalla conclusiva title track, è un luogo sicuro, un nido certo nell’incertezza dell’ora, una tentazione per l’avventura e il comfort di un terreno saldo sotto i piedi, un disco in limine, come l’omonima poesia di Eugenio Montale: «Godi se il vento ch’entra nel pomario / vi rimena l’ondata della vita: / qui dove affonda un morto viluppo di memorie, / orto non era, ma reliquiario». Una testimonianza ancora dell’inestricabile groviglio di sentimenti ed emozioni, essenziali ingredienti della vita, che sono il mantenersi in una sospensione tra tragedia e commedia, tra la vita stessa e la morte.

Un comfort lungo 15 brani senza che si possa individuarne uno che prevalga sugli altri, perché tutti riflessi dello stesso caleidoscopio: rinuncereste alla penombra per vivere sempre nel sole di mezzogiorno? Tagliereste via il tramonto in favore di sole albe? I giorni in favore delle sole notti? La vita, la vita tutta, è un grumo pulsante multiforme che porta con sé anche la forza distruttiva, assieme alle carezze della brezza che increspa la superficie del fiume, il dolore lancinante per la mancanza di un affetto caro e la gioia di abbracciarlo, magari anche solo da lontano o in video-chiamata. Robin Pecknold ha messo questi pezzi di sé in un disco e ce lo ha regalato per il solstizio d’autunno. E profuma di buono, molto buono.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette