Recensioni

Ad agosto 2016, durante la sua tournée negli USA, Floating Points e la sua band si sono fermati nel Deserto del Mojave per dare vita ad una session che è stata inoltre catturata da un cortometraggio diretto da Anna Diaz Ortuño. L’episodio rappresenta il primo di una serie che vedrà Sheperd e i suoi musicare altre location del mondo, ed in questo primo episodio intitolato Reflections – Mojave Desert, il Dottore in neuroscienze ha voluto che la sua musica diventasse un tutt’uno con l’ambiente, percependo e cogliendo le varie sfaccettature di una location all’apparenza scarna e spoglia, eppure complessa e a suo modo colma di sensazioni.
Per farsi rapidamente un’idea dell’opera in questione basterebbe dare un’occhiata su YouTube, dove si sprecano i paragoni – seppur con tutte le precauzioni del caso – con il celebre Live At Pompeii dei Pink Floyd (qualcuno ha anche commentato con un lapidario “Ploatink Floynts”). Ad essere onesti, il parallelismo non è così azzardato, almeno nell’idea iniziale: certamente il risultato è profondamente differente in termini di qualità, ma è facile pensare che in fondo uno dei riferimenti iniziali di Sheperd nel pensare il disco sia stato proprio il capolavoro di Waters e soci.
Questo EP di cinque tracce (per mezzora di musica) ripone nuovamente le voglie art-jazzy dell’acclamato Elaenia, continuando invece il percorso affrontato dal producer britannico nel precedente Kuiper, proponendo nuovamente impressioni kraut mescolate con tutto ciò che è possibile estrarre dallo spazio circostante, traendo linfa purissima dai suoni d’ambiente che, seppur parte nascosta dell’opera, si ritagliano il ruolo determinante, aggiungendo il vero tocco magico. Un’esplosione di post-rock – che vede il suo climax nella cavalcata imperiosa di Kelso Dunes – nella veste nascosta di jam sperimentale, polverosa ed emozionante, che osserva il suolo terreste per ambire all’infinità del cielo. Al prossimo episodio, chissà quando e chissà dove.
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