• Giu
    01
    2008

Album

Warp Records

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Eccole le soddisfazioni. A otto mesi da un EP così così, torna l’entusiasmo di 1983 per parlare del nuovo Los Angeles di Flying Lotus. A fine ascolto l’euforia è inequivocabile; ma fa parte del disco la morbidezza con cui Steven Ellison ci conduce alla cognizione della portata del suo nuovo colpo; Flying Lotus conosce bene l’arte del coinvolgimento; e sa altrettanto bene che un conto è stimolare all’improvviso il guizzo dell’orecchio, un altro è accompagnare all’ingresso l’ascoltatore. Il primo modo è ovviamente il modus operandi del dj, che può contare su una sala che spinge e poco tempo per aizzare le anche dei presenti; il secondo ha invece dalla sua una sorta di facoltà di mantenimento; una volta entrati nel mondo del losangelino, a queste condizioni, vi si rimane volentieri, e difficilmente si trovano motivi per uscire in fretta.

D’altra parte questo discorso è omotetico alla dolcezza “nera” con cui Steven plasma il suono; e così è nonostante l’introduzione a Los Angeles sia un tessuto di synth che più “bianchi” non si può. È la preparazione dell’interlocutore a quel minimo comune denominatore Novanta – Warp, o post-Warp (guarda caso chi è che pubblica questo disco?) – su cui sciogliere le sfaccettature del soul, il calore dei colori del mondo a partire dall’ultraoccidente dove vive Ellison.

C’è drill (Parisian Goldfish), dunque, c’è un lavoro persino sugli splendidi risultati dub-step degli ultimi tempi – provenienti dall’altra metà del mondo anglosassone. Ma il risultato è sempre inframmezzato con un morbido melange. È la pratica del breakbeat applicata, a partire dal ritmo, al suono nella sua interezza; e qui ci troviamo a una pietra angolare del disco; a differenza dell’EP precedente, il beat ritorna a essere il protagonista (discusso, ma sempre vincitore); la percussività è il perno attorno alla quale apparecchiare gli ammennicoli più raffinati che si possono trovare per accompagnarla. Golden Diva è un capo-lavoro di studio su una cadenza, come il linguista lavora su piccoli accenti di paese. E Riotè forse ancora più spinto, trasfigurando i ritmi e trovando delle parentele inaudite tra essi, nella più splendida tradizione breakbeat, ma con la sensualità dei fianchi di un androide nero.

Tutto questo, ancora una volta, non rinunciando alla chill out – sentite GNG BNG, mutant in sottofondo, lounge in superficie. Come poteva poi mancare, in materia di ritmo, un omaggio all’Africa (Camel)? A Flying riesce persino di tornare alla sua classicità, e di farla intendere come tale, in Sleeping Dinosaur; e, all’incrocio delle ultime coordinate, la tradizione è completata da due dediche alla zia Alice Coltrane, in una bolla profumatissima di soul (Auntie’s Harp, Auntie’s Lock Infinitum). Insomma, una volta innescati nel mondo di Los Angeles, il poliritmo inseguito da tutte le prospettive ci trattiene nella stanza in cui ci troviamo, a prescindere da qualsiasi locale da ballo; in due parole, ecco il clubbing portatile di Ellison. Altro che volteggiare la testa. Flying Lotus torna a colpire su tutto il corpo, come entità unica e ciononostante malleabile. Ma anche sulle pareti che abbiamo attorno.

10 Giugno 2008
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