• Ott
    01
    2012

Album

Warp Records

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Sempre immerso in una dimensione afrofuturista a metà tra crepuscolo (ovviamente losangelino; come a dire l'hip hop) e pulviscolo (siderale; il free di famiglia), Steven abbandona gli eccessi sperimentali e prog di Cosmogramma per recuperare sapori e cadenze fragrantemente downtempo, se non addirittura lounge (le note di presentazione parlavano oppurtunamente di lullabies). Il focus è sempre su un'idea di fusion elettronica e black che metta assieme – tra sugose tastiere elettriche (pescate direttamente dalla Canterbury e dintorni dei primi anni Settanta), cascatine d'arpa (dalla prozia Alice al laptop passando per Rebekah Raff) e liofilizzazioni drum'n'bass (the father of us all) – radici jazz, mamma Africa, ambience spacey e craftmanship wonky strumentale da stato dell'arte.

Sono diciotto pezzi brevi legati tra loro senza soluzione di continuità, in un compendio di compostissima asciuttezza lotusiana, quando bignami fa rima con origami: il gioiellino lounge Tiny Tortures; la wonky house di All the Secrets (e la grana house torna anche in The Nightcaller); la tentazione epica-massimalista, via tastiere sature e solarizzate, di Sultan's Request; la ripresa della vena giocosa di Pattern+Grid World della tetrisiana Putty Boy Strut; una Only If You Wanna che è praticamente un apocrifo dei Sa-Ra (e Thundercat fa una comparsata su DMT Song); una Hunger ineffabile e cinematica perfetta come OST per Hunger Games. Tutto funziona, tutto fila liscio, e che classe Erykah Badu (See Thru to U) e Niki Randa (Getting There), per non dire di Laura Darlington (Phantasm), sognante e diafana ma non stucchevole, per una volta. 

Tutto fila liscio. Ma senza zampate, senza affondi veri, sospeso in una medietas dorata e anche golosa ma che non dura oltre l'orecchio, non resta nella memoria, perfettamente incarnata dal cameo di lusso di Thom Yorke in Electric Candyman: si comincia con un boogie-funk come deformato da lenti hauntologiche e poi tutto si spegne in un jazzettino insignificante, nell'attesa che accada davvero qualcosa.

Until the Quiet Comes, dopo il picco precoce Los Angeles e l'ansia creativa di Cosmogramma, ci sembra un po' il disco della maturità di un FlyLo sorprendentemente trattenuto, attento, affusolato, e in ultima analisi r'n'b; maturità anche e soprattutto nel senso della maniera, dell'automatismo, del posizionamento comodo. Ne potrebbe fare tre l'anno di dischi come questo Steven, mantenendo sempre una buona qualità, come fa qui del resto, ma appiattendosi su quello che di solito arriva dopo essere passati da prog e fusion: il ghirigoro carino, il sottofondo curato.

Qui lo streaming integrale dell'album, via NPR: Flying Lotus – Until the Quiet Comes.

25 Settembre 2012
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