Recensioni
Flying Vaginas
And That's Why We Can't Have Nice Things
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Stefano Solventi
- 19 Febbraio 2014

Hanno deciso di fare sul serio ad ogni livello, i Flying Vaginas. A partire ovviamente dalla ragione sociale: cosa c’è di più sconcertante – oserei dire flaminglipsiano – di uno stormo di vagine volanti? Considerate poi i nickname che si sono imposti: Angry Pineapple, Disappointed Kiwi e Well Worn Banana. Insomma, un approccio patafisico giusto un attimo prima di scivolare nel demenziale, con qualche eco dell’acido understatement zappiano. Sia chiaro però che con Zappa e Flaming Lips non c’entrano pressoché nulla. La loro si direbbe semmai una strategia per dissimulare l’attitudine sonica grave, quel bazzicare cioè ugge caliginose e ruvidità radiante come usava talora nella cuspide tra Ottanta e Novanta, quando si abbozzavano prospettive indie e shoegaze (da qualche parte fra The Sea Urchins e Jesus And Mary Chain) mentre i fratelli più grandi insistevano a sbattersi di dark wave.
In qualche modo ne esce psichedelia dal cuoricino di tenebra, come è chiaro fin da Wake, prima traccia di questo And That’s Why We Can’t Have Nice Things, EP d’esordio per il trio laziale che più avanti non si trattiene dal tracciare traiettorie Sarah con quella combinazione di sporco e languido (vedi l’inquietudine estatica e rappresa di Steve Brick And The Portland Concrete) da sembrare una cosuccia che accade dietro l’angolo. C’è posto anche per certo punk’n’roll sbrigliato noise da nipotini accorti dei Sonic Youth (Trainman Grief), prima di accasciarsi nei quasi sei minuti di vampe & feedback acidi di una conclusiva D.S.M. (Don’t Save Me) che chiude i conti con l’estro psych di stampo albionico.
Nel mezzo, i tre buontemponi trovano modo di citare uno dei libri più cupi di Douglas Coupland (Hey Nostradamus!) e piazzare un singolone che t’incalza di ruggiti brumosi e jingle luccicanti (Happiness And Flour). Avrete capito che sono derivativi, ma sembrano disposti a mettere in gioco se stessi in questa deriva, riuscendo ad azzeccare un robusto equilibrio tra forme e sostanza, al punto da autorizzarci ad immaginarli in prospettiva. Troppo poco per farne qualcosa di grande, d’accordo. Ma abbastanza per farci puntare il dito e sussurrare: bravi, cazzo, bravi.
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