Recensioni

7.2

In un contesto pseudo-storicizzato come quello punk è facile individuare in pochi istanti il gruppo che possiede quel quid in più necessario per emergere da un mare magnum di proposte spesso anonime o stantie. Lo è stato con gli Idles o con gli Shame un paio di anni fa e lo è oggi con i Fontaines D.C., band irlandese all’esordio lungo ma sulla cresta dell’onda ormai da parecchi mesi. Il minimo comune denominatore di tutti questi progetti è la capacità di incorporare i crismi del punk (o, talvolta, dell’hardcore o del post-punk più tirato) all’interno di un’attitudine/estetica caratterizzata sia da un rifiuto dei cliché del genere sia, contemporaneamente, da un appeal pop che sa come essere contemporaneo anche all’interno di un music business che guarda altrove. Ultimi baluardi di un rock & roll sudato, diretto, viscerale, apparentemente autentico (checchè ne dicano gli Sleaford Mods) e per certi versi ancora legato alla figura del frontman come catalizzatore mediatico.

I Fontaines D.C. non sono altro che dei lads uniti dalla passione per la poesia (W. B. Yeats e Patrick Kavanagh) e per la musica (in particolare il garage anni sessanta e i concittadini/amici Girl Band) alle prese con una narrazione legata a doppia mandata alla propria città. Al centro della scena il cantante Grian Chatten si atteggia a irrequieto incrocio tra Mark E Smith e Ian Curtis, pur non essendo stilisticamente troppo vicino né al primo (perlomeno non quanto i Protomartyr o gli Hotel Lux) né al secondo (anche se le linee di basso di brani come Television Screen o The Lotts sembrano uscire dal plettro di Peter Hook). L’atteso esordio lungo Dogrel ha la fortuna/sfortuna di contenere tutte le tracce pubblicate fino ad oggi, aumentando così l’effetto “all killer no filler” grazie alla quantità di singoli già assimilati ma diminuendo in parte l’effetto sorpresa.

Prodotto da mister Dan Carey (le sue mani su un ventaglio di decine di lavori indie made in UK e non solo), Dogrel si apre con Big, tributo agrodolce – scandito a cuore aperto – nei confronti della città simbolo dell’Irlanda («Dublin in the rain is mine. A pregnant city with a catholic mind») accompagnato da un videoclip quantomeno azzeccato che fa venire voglia all’istante di prendere il primo aereo per Dublino. Noi, che da umili turisti possiamo capire solo in parte cosa voglia dire essere un vero dubliner. Too Real è un altro anthem da incorniciare, in cui gli strumenti entrano in scena uno alla volta con disinvoltura (l’arpeggio di chitarra è un vero toccasana) prima dell’iconico ingresso di Grian Chatten (un «ahhhh» sbilenco ma efficace). Chitarre prese in prestito dalla stagione ’77 in Chequeless Reckless, declamata critica sociale («Money is the sandpit of the soul») sorretta da un songwriting vivido, tagliente («An idiot is someone who lets their education do all of the thinking») ed evocativo («the empty glasses is ringing, all across the nation») sospeso tra stream of consciousness (James Joyce, altro punto di riferimento) e poetica ripetitività, mentre il singolo più recente, Roy’s Tune, è una sorta di mosca bianca all’interno della tracklist, caratterizzata da toni più riflessivi e da un mood più amaro e malinconico. Su questo versante ci sono sicuramente ancora margini di miglioramento ma apprezziamo il tentativo di ampliare il raggio d’azione.

Undici tracce sospese tra punk e post-punk marchiate da un sodalizio/compromesso con sonorità vicine all’indie rock britannico e da una sicurezza nei propri mezzi portata a testa alta (senza però arrivare alla strafottenza degli Shame). Un album ispirato e impregnato di quella urgenza creativa che è più facile sprigionare quando si ha vent’anni. Da non sottovalutare, inoltre, la rapida maturazione a cui abbiamo assistito in una manciata di anni, dal primo, acerbo e abbastanza anonimo singolo Liberty Belle (tributo al quartiere The Liberties in salsa indie rock/post-punk revival ad altezza Vaccines) all’odierna consacrazione di Dogrel, di cui la conclusiva Dublin City Sky (siamo dalle parti dei Pogues) è la perfetta chiosa. Era da tempo che – in ambito musicale – il tricolore verde, bianco e arancione non sventolava con tale vigore.

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