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Una doverosa premessa. Chi scrive non è un fan dei Foo Fighters (a parte l’involontaria sottomissione ai singoloni gonfiati da Mtv lustri fa). Ama tutto ciò che è targato HBO (chi si ricorda di Reverb? recuperatelo), il canale satellitare che trasmette per l’appunto Sonic Highways, la nuova serie tv-documentario ideata da Dave Grohl dopo l’inaspettato successo di Sound City. Una lettera d’amore all’amata di una vita (la musica americana): così il leader della band di Seattle definisce Sonic Highways (titolo pure del nuovo album, naturalmente).

Otto città per otto puntate (la prima dedicata a Chicago, e a seguire, Austin, Nashville, Los Angeles, Seattle, New Orleans, Washington D.C. e New York); a legare il tutto, lo stesso, inesorabile, declino. Una decadenza che parte da lontano – dalla crisi dell’industria discografica, innanzitutto – e che Grohl, sagacemente, sceglie di raccontare vivendo, suonando, ricordando, rivivendo il luogo più mitologico e dimenticato d’America, lo studio di registrazione. Lì dove tutto nasceva, per come ce lo ricordiamo, là dove tutto sopravvive, per come ci piacerebbe non venisse dimenticato.

Ricordi, interviste, sviste e rimpianti, palate di nostalgia, sorrisi e rincorse, occasioni, vite mancate. Americana al quadrato, tra carrellate di strade svuotate e periferie dimenticate da Obama (sarà intervistato pure lui, Grohl, l’istituzione). Frenetica nel montaggio delle immagini d’epoca, Sonic Highways, quasi vinta, ammorbidita oggi, fra le carcasse di un’industria musicale agonizzante e un’oggettiva stasi qualitativa incapace di emergere, di sommergerci, e Grohl lo sa (non guarda al futuro, chè di futuro non ce n’è). Insomma una colonna sonora infinita (scampoli di Explosions in the Sky e tanto altro) e anfetaminica (scapestrata quasi, nei continui rimandi) che rischia di rimanere senza alcun riverbero, per dirla alla Grohl.

Va dunque riconosciuto a Sonic Highways di non lasciare spazio al semplice e puro revivalismo. Dai profeti del blues Joe Walsh, Bonnie Raitt (deliziosa e fuori dal tempo) e Muddy Guy (Mister “Ehi Motherfucker”) all’anima punk della città, ai Naked Raygun (uno dei primi concerti dell’imberbe Grohl, perciò ricordati nella puntata), da tutti loro (e pure da James Murphy e David Yow, entrambi sonnecchianti) non emerge una banale nostalgia per i bei tempi andati, per la visceralità di allora – decisamente scomparsa – ma una sorta di velata rassegnazione. Le facce sono scavate, dimenticate, ancora entusiaste (il tempo di una puntata, si suppone), ma tutte vivono Sonic Highways come l’ultimo spettacolo, l’ultimo abbaglio della loro messa in scena. Imperdibile ed esilarante lo spezzone dedicato a Steve Albini (che definire imbarazzato e inadatto all’occhio della camera, è usare un eufemismo), e pure emblematico, ammaccato, quando racconta sommessamente delle difficoltà finanziarie che deve affrontare per la sopravvivenza del suo studio di registrazione, gli Electrical Studios. Gli occhi di un bambino con la corda al collo.

Tralasciamo infine, o meglio non soffermiamoci più del dovuto, sull’ovvia e maestosa operazione di marketing che Sonic Highways rappresenta. Un mega spot per il nuovo album con relativo video finale di Something From Nothing (censurabile, ad essere sinceri). Ad avercene di prodotti del genere, e visti i tempi, non rimane altro che testimoniare la vita di chi non s’arrendeva mai e alla fine s’è arreso.

29 Ottobre 2014
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