• set
    29
    2017

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Text Records

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Un ponte tra le campagne inglesi e l’oriente, un percorso meditativo in uno spazio immaginario dove non esistono barriere etniche né tantomeno Muslim Ban. Sembra essere questa, di primo acchito, la nuova energia a cui il titolo del disco allude. Four Tet non è nuovo né alle contaminazioni extra elettroniche (e ai campionamenti enciclopedici) né tantomeno alle influenze globali (in particolare africane e indiane), basti pensare alla recente playlist su Spotify dedicata ad artisti musulmani creata in seguito al provvedimento di Trump o alla produzione di Wenu Wenu del siriano Omar Souleyman, così come la fruizione eminentemente bedroom, pre-dancefloor, della sua produzione risale ai primi 00s (quando la tag d’obbligo era indietronica). Il producer ritorna da queste parti con rinnovato ed immersivo slancio assieme a caldi smalti soul e jazz, e alle sue tipiche delicate progressioni, i suoi basamenti stilistici, in pratica.

New Energy, che arriva a quattro anni di distanza da Beautiful Rewind, fa fuori le rave memories e i continuum da dancefloor per puntare a qualcosa di nuovo. Escluse Planet, che ricorda Ringer, e SW9 9sL, le basi ritmiche lasciano spazio a una palette sonora che richiama in più punti il Selected Ambient Works II di Aphex Twin via Nathan Fake, Burial (Daughter) e Boards Of Canada (senza dimenticare un tocco di eleganza anche dalle parti di un Bonobo). Così in Two Thousand and Seventeen a riscaldare il clima di disteso rapimento entra in scena un’arpa cristallina che ritroveremo in scaletta in brani come Lush (duetto di synth in delicato groove) e nella cullante Memories, che fin dal titolo sembra alludere al fatto che Hebden quello stesso strumento lo aveva campionato, in modalità assolutamente equiparabili, nel suo terzo album, l’acclamato Rounds (2003). Come in quel lavoro e in generale nelle sue produzioni, Hebden campiona con naturalezza, continuando a coltivare la passione che lo lega al jazz (basta ascoltare la batteria in sincope che fa da sfondo agli avvolgimenti sintetici o l’assolo di tromba nella riuscita Scientists, cinque minuti da vivere ad occhi chiusi smettendo di pensare). Atmosfera (l’ambient semi cosmica di Gentle Soul, le passeggiate orchestrali in 10 Midi), ricerca melodica soprattutto in LA Trance (con il contributo al synth di Kaitlyn Aurelia Smith), gestione dello spazio ma anche della luce, sono i punti di forza di New Energy, un disco solido che necessita di un ascolto attento, per poterne cogliere dettagli e sfumature.

In un periodo di populismi e xenofobia, Hebden risponde con un lavoro sostanzialmente new age assumendosene i rischi, ovvero allestendo un luogo escapista in cui somministrare le proprie cure olistico-musicali, le proprie arpe medicamentose, un posto in cui rifugiarsi per trovare un conforto garbato eppure umano. Non ultimo, per il producer è anche un modo per guardarsi indietro – ricordando magari un periodo in cui un disco così sarebbe servito da momento di decompressione rave – per andare avanti senza facili citazionismi o retromanie, con rinnovata (e al solito pacata) energia.

2 Ottobre 2017
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