Recensioni

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Il nuovo disco di Francesca Michielin è un buonissimo prodotto pop, punto e basta. Non ce ne vogliano i soliti leoni da tastiera che inevitabilmente arriveranno a ricordarci come il mondo «sia pieno di ottima musica da recensire al posto di ‘sta merda». Saremo un ingranaggio nei meccanismi del sistema, contribuiremo a dare visibilità a fenomeni impacchettati a tavolino (come se una vincitrice di X-Factor distribuita da Sony avesse bisogno del nostro passaparola), ma una volta controllato che sotto il letto non ci siano illuminati e/o massoni resta il fatto che abbiamo qualcosa di importante: una soluzione per chi ciclicamente lamenta l’appiattimento del pop italiano su produzioni a stampino, voci tutte uguali e uniformità da palinsesto di Radio Italia.

2640 ha una voce riconoscibile e produzioni “internazionali”, per quello che può significare l’espressione. Il fantasmino di Lorde resta sullo sfondo ma non è più una presenza ingombrante come accadeva al tempo di Battito di Ciglia, che pure era un pezzo buono ma, soprattutto all’inizio, pareva troppo Royals per non destare qualche maligno sospetto. La sensazione è che ci sia la volontà di far passare la Michielin attraverso le maglie di un pubblico ora più “indie” (altra espressione da prendere con le pinze, ma ci capiamo): quelli che guardano X-Factor consapevoli che di baracconata si tratta, quelli che hanno il gusto per il guilty pleasure inconfessabile, quelli che bazzicano altri lidi rispetto alla plasticosità da talent da cui Francesca viene, ma che non li schifano ab principio. Praticamente un Tommaso Paradiso che torna sui suoi passi, oppure, più verosimilmente, che disegna un bel girotondo. Ben pensato, ben condotto, sicuramente riuscito.

L’operazione funziona, anche e soprattutto perché per piacere al nuovo pubblico che abbiamo tratteggiato almeno un po’ di sostanza deve pur esserci. E infatti questo è un buon disco, che magari qua e là si perde un pochino per strada ma che di highlight ne regala diversi. Parliamo dell’eleganza di Comunicare, con base hip hop e piano a creare un brano di raffinato R&B che resta sì un brano pop, ma in certi momenti fa quasi venire in mente Beyoncé (sarà una bestemmia per qualcuno, ma tant’è). E poi ballate a lume di candela come Scusa se non ho gli occhi azzurri, che sono anzitutto Canzoni, e singoli che funzionano alla grande come Vulcano, cassa dritta, rullante al punto giusto e piano incalzante che per chi li conosce non può non far tornare in mente gli Yombe di Vulkaan (si poteva almeno cambiare il titolo, eh). Ci sono poi un po’ di spezie caraibiche ed etnicheggianti (Tapioca), qualche scampanellio à la Mura Masa (Tropicale) e anche un primo tentativo (?) di spendibilità più esportabile con un cantato inglese che sembra assolutamente alla portata (Lava).

Sicuramente il disco migliore della Michielin ad oggi, altrettanto sicuramente un disco valido per chiunque. Basta provare.

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