Libri
Arcana

Add to Flipboard Magazine.

Un vate del sussurro, il dio folle della voz e violão, l’uomo che può essere rivale del vento, colui che trova nella musica il viatico più diretto e sofisticato, il passepartout, per cantare il dolore e il malessere di una terra, il Brasile, tanto ricca quanto vicina al collasso, alla fame, alla crisi politica. Leggere (finalmente) di João Gilberto permette di affacciarsi anche su una realtà più ampia che ha a che fare col rapporto tra musica e politica, tra musica e pubblico, tra musica e Cultura, e di come quest’ultima ha fatto proprie le istanze di un’arte politica.

Possiamo dirlo subito, quella dipinta da Francesco Bove non è una biografia tout court del geniale e carismatico artista brasiliano ma un viaggio attraverso le tappe cruciali della vita di un uomo che ha inventato qualcosa più grande dei suoi pensieri, la Bossa Nova. Cosa fosse la MPB, Música Popular Brasileira, prima della Bossa diventa così il binario parallelo che corre a fianco della vita artistica di Gilberto, un rivoluzionario inconsapevole e per questo unico. La sua libertà creativa, unita a un minimalismo interpretativo di grandissima eleganza, ha rotto gli argini andando a configurare uno spartiacque fondamentale fra pre e post João Gilberto.

Io me lo immagino Francesco Bove intento a spulciare fra Teche Rai, Youtube, documenti d’epoca e archivi storici con il desiderio di collezionare e raccogliere ogni frammento della vita di Gilberto; il suo mettere assieme tante tessere non si traduce mai in un didascalico racconto biografico ma assume la forza di una narrazione viva e pulsante. Gilberto riesce a superare la definizione stessa di Bossa Nova per creare un suono personalissimo senza mai dimenticare le radici, quelle popolari fatte di tradizioni folkloristiche brasiliane, ovvero la lezione del samba.

L’impossibile ritratto d’artista offerto da Bove vive di una raffinata leggerezza, mista a punti di vista curiosi e aneddoti divertenti, che contribuiscono a rendere la lettura una batida affettuosa e misurata nel calibrare l’amore di un appassionato alla narrazione tecnica e ricca di dettaglia. Joãozinho, come veniva chiamato Gilberto, assume il ruolo centrale di motore propulsivo da cui si scatena una rivoluzionaria campagna artistica, culturale e politica. L’inizio a Rio de Janeiro, alla fine degli anni Cinquanta, la genesi sotto il tamarindo di Bahia, il primo Sambra e la Choro, l’invenzione di un’idea, la Bossa Nova. Una musica nuova, o meglio un nuovo modo di intendere la musica che si realizza grazie all’incontro tra l’uomo di oggi e l’uomo eterno.

Bove disegna una luce calda su anni topici, per Gilberto e per la storia della MPB: l’incontro con Stan Getz darà vita a una pietra miliare, un capolavoro – dalla lavorazione estremamente tribolata – che fa incontrare jazz e Bossa Nova e che per ben 96 settimane rimane nella classifica di Billboard raggiungendo la seconda posizione. Ci sarà poi il Messico, e le lunghe ore trascorse tra il tavolo da ping pong e le partite di calcio con la prima tv a colori, i viaggi a New York, un rapporto di amore e odio che culminerà con la totale fascinazione degli americani nei confronti di Gilberto – una Carnegie Hall letteralmente stregata dall’universo brasiliano – , divenuto mito vivente per i suoi fans.

Ad accelerare il ritmo del racconto ci pensano i vari aneddoti circa il carattere bizzoso di Joãozinho, come quando per paura di perdere la voce smise di parlare comunicando solo con la cornetta del telefono a cui dava dei colpetti; o quando fece testare 17 microfoni prima di trovarne uno giusto per il live al Montreaux Jazz Festival nel 1987, o di quando ancora un anno dopo, regalò gli auguri di compleanno all’amico giornalista e compositore Nelson Motta, cantando Parabéns pra você (adattamento brasiliano di Happy Birthday To You), con un messaggio lasciato nella segreteria telefonica. Come un ragazzino qualunque, libero di slanci d’affetto pronti a colmare lacune di totale disprezzo.

Nella fotografia a colori caldi scattata da Francesco Bove non mancano neppure le donne di João: la prima moglie, Astrud, che vuol cantare a tutti i costi in Getz/Gilberto del 1964, l’incontro con Miùcha Buarque de Hollanda, sorella del più famoso Chico che sposa nel 1965, e infine il sodalizio con Claudia Faissol, prima sua manager e poi madre dell’ultima figlia, Luiza Carolina, avuta a 73 anni con strascichi di puro gossip che ovviamente João Gilberto non ha mai sopportato.

Con estremo candore e affetto, prende vita la cronaca del bellissimo (ed esclusivo) rapporto con Caetano Veloso, ammiratore sincero, innamorato di Gilberto e del suo essere imprevedibilmente sorprendente. Nei loro recital voz e violão, il rapporto fra i due, frutto di un lunghissimo corteggiamento di Veloso, si tinge di un affetto quasi paterno, nonostante i (soli) dieci anni che li separano. Sembra di poterli vedere gli occhi incantati di Caetano mirare quelle dita magiche alternarsi sulle corde mentre il sole, il calore e il fascino dell’Oceano Atlantico si uniscono dietro due uomini vestiti con completi eleganti. Un sorriso beffardo, tra misantropia e vezzo artistico, suggerisce questo volume: quello di João Gilberto è “un amore troppo grande per l’umanità”, che si trasforma in un fenomeno culturale che fa tutt’uno con i suoi segreti e il suo (dis)velarsi nella persona del musicista brasiliano. È un libro fatto di luoghi e persone che regala una geografia dell’animo molto più interessante di qualsiasi biografia, il rapporto con l’Italia, da Roma alla bussola di Viareggio passando per Perugia, concerti indimenticabili, una confidenza ritrovata col Belpaese, con la sua gente. João si sente a casa, finalmente. E un po’ anche noi.

Ma la voce di Bove non è l’unica a narrare di Gilberto: intensa la lettera in apertura a tutti gli appassionati di musica brasiliana scritta dal più grande esperto di Bossa Nova che abbiamo in Italia, Sergio Brasil, centrata e appassionata la prefazione di Francesco Raiola sulla necessità di ascoltare João Gilberto per riuscire a immergersi totalmente nella Musica Popolare Brasiliana. Infine troviamo un intervento quasi beckettiano, quello di Luca Iavarone, e del suo viaggio nel tempo per incontrare João alla stazione di Lavras.

Come nella batida, anche Bove usa la scrittura per un ritratto senza arpeggio, alternando il pollice sui momenti cupi di Gilberto al contemporaneo pizzicare le corde dei suoi successi, a volte sfruttando un tapping gentile per i suoi bizzosi difetti: non c’è emozione che non sia calibrata nella sua vivida ossessione, non c’è la voce di chi ama senza riserve ma quella di un esperto conoscitore che non si è limitato a stilare una biografia scevra di un contenuto politico e sociale importante. Eppure si rimane come imbambolati, alla fine della lettura, in attesa di ascoltare ancora quel suono, quella voce distillare parole, sussurrare un sotteso amore per quell’estate che Bruno Martino diceva di odiare. Fateci caso, lui non dice mai Odio l’estate, come potrebbe d’altronde anche solo pensarlo, un brasiliano?

20 Febbraio 2019
Leggi tutto
Precedente
Steven Caple Jr. – Creed II
Successivo
Yann Tiersen – ALL

Altre notizie suggerite