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La morte di Francesco Di Giacomo ha colto tutti di sorpresa ed è stato un vero shock per l’intera congrega prog rock italiana. Il cantante del Banco era considerato, giustamente e soprattutto dopo la scomparsa di Demetrio Stratos degli Area, la voce più rappresentativa dell’intero movimento. Una considerazione purtroppo condivisa solo da una nicchia, che non fa giustizia della qualità di un artista che avrebbe meritato più ampio riconoscimento, ben al di là delle etichette e dei generi di appartenenza. Di Giacomo era un magnifico interprete ma anche un eccellente autore di testi. Il Banco ha fatto della musica la sua forza, che in ambito di prog rock ha sempre prevalso sulle parole, ma ciò che cantava l’ex front-man, con quella sua voce unica, da tenore leggero che probabilmente avrebbe potuto sfruttare anche in ambito lirico, per qualità letteraria – e di significato – è sempre stato una spanna sopra tutti gli altri. «Da qui messere si domina la valle, ciò che si vede è» resta l’incipit più bello della musica rock tricolore. Ma nel giro di breve il Banco degli anni migliori, proprio per merito dei testi Di Giacomo, si è scrollato di dosso gli stitici miraggi del fantasy per arrivare a ragionare su argomenti solidi come la Creazione, per mezzo di Darwin, e raggiungere l’apice con il concept album di matrice politica Io sono nato libero.

Dopodiché, seppure schierata a sinistra, cosa che ha sempre tenuto a fare sapere, la band romana – come tutti i protagonisti di quella scena – ha perso la rotta, e la percentuale dei globuli “rossi” della vena artistica è andata scemando insieme alla qualità. Ne restano tracce in Garofano rosso e …di terra, benché entrambi lavori strumentali (il primo colonna sonora di un film basato su un romanzo di Elio Vittorini, il secondo composto da brani titolati con i versi di una poesia di Di Giacomo), e in Canto di primavera, che guarda caso è l’ultimo album dell’ultimo anno dei ’70. Un decennio dopo è arrivato il primo lavoro solista di Di Giacomo, che riuniva la formazione del Banco al completo, oltre a una parata di ospiti, e per questione di marketing strillava in copertina: «Il Banco presenta Francesco Di Giacomo». Come se ne avesse avuto bisogno. Un disco, come sottolinea lo stesso titolo, Non mettere le dita nel naso, radicato in quei tempi musicalmente raminghi. Poi, nel 1990, il singolo Hey Joe/Non ci siamo, con la partecipazione di Sam Moore, e da lì una lunga serie di ospitate, la più corposa delle quali per il CD Fado, progetto del 2001 a nome di Eugenio Finardi, Francesco Di Giacomo, Marco Poeta.

Dopo l’incidente che l’ha portato via sembrava tutto finito. Poi, oggi, sopraggiunge questo dono inaspettato. E graditissimo, perché non si tratta di una mera operazione commerciale fatta di spizzichi e bocconi, di frattaglie raccattate in scantinati umidi dove si raccoglie la roba solo in attesa di buttarla. Perché La parte mancante, 10 brani su vinile che usciranno insieme alla rivista Prog, in edicola dal 21 febbraio, scritti insieme al tastierista Paolo Sentinelli nell’arco di quasi 10 anni, dal 2004 al 2013, è un lavoro di inusitato spessore emotivo. Uno di quei dischi che quando lo ascolti ti trascina via da qualche parte. Dove, lo decidete voi. Anzi lo decidono le emozioni che genera l’ascolto di 35 minuti di musica, che sono molto più di un insieme di suoni e parole vaghe incisi su un pezzo di plastica.

Lo si “sente” – nel senso dell’inglese to feel – sin dalla prime battute di In quest’aria, che ha il potere di prenderti di peso e scagliarti in una dimensione carica di conturbante mestizia; così come fa Il senso giusto, che segue, ricolma di struggente incertezza. Cambia registro, densa di abrasiva ironia con la quale punta il dito verso il genere umano, Emullà, che è «scimmia capobranco, un primate, che vuol dire che c’ero prima, prima di te e di tutti gli altri uomini / Ho avuto anch’io la possibilità di diventare uomo, ma ho deciso con gli altri del mio branco di rimanere scimmia, di essere una scimmia». Ma non sono meno coinvolgenti l’odissea neurale di Luoghi comuni, che parte come un brano di Michael Nyman e si trasforma in un incubo in stile Prodigy: «Gli amori quelli veri, quelli buoni, non stanno mai nelle canzoni / Ieri ti sembrava diverso ma era ieri / e gli amori quelli certi dei dolori / non stanno mai nelle canzoni»; e Insolito, una preghiera d’amore che uscita da tale penna non può scorrere banale: «Bisognerebbe avere frutta fresca in frigo per non lasciarti andare / bisognerebbe avere mille occhi e tutti i nervi in fila per provare / provare ad amarti / per bene, per bene, per bene».

E non possono lasciare indifferenti lo straripante tormento camuffato da osservazione flemmatica di La parte mancante, che sanguina senza sosta su un velluto di archi («Scusa ero distratto, pensavo a niente, da perfetto imbecille / tu invece tieni il mondo sotto controllo / hai problemi più seri di uno come me che gioca un’altra partita / in attacco o in difesa è sempre in fuorigioco / non prevede avversari ma rari momenti di genialità»), lo strattone elettrico di Lo stato delle cose («Tu dammi un poco di te che solo sono poco / che a cominciare da capo ci devo fare il fiato»), lo spietato, umanissimo e al contempo tragico j’accuse rivolto nientemeno che al Padreterno di Sapessi quanto mi costa («Se tu sapessi Andrea quanto mi costa trattenermi dallo sputare in faccia a Dio / tutto il rancore e la rabbia che la sua grazia mi permette di far trasparire / (…) / se tu sapessi quanto mi costa / non rassegnarmi all’odore di questo Dio quotidiano / a questa entità mitologica senza poetica, senza misericordia / senza nemmeno se stesso / sapessi quanto mi costa non averlo fatto prima / e aver impiegato il tempo a vergognarmi per lui»). E non poteva chiudere in modo migliore In favore di vento, sulle cui note iniziali di un pianoforte intimidito la voce di Di Giacomo si innalza con la forza di una tempesta e parole di autentica poesia: «Tra le vene e le ossa cadono piogge / che non asciugano mai / con la luna o col tempo o in favore di vento / non asciugano mai. / Con le tue labbra sante dammi tutti i peccati / tutti i peccati del mondo / e l’eucarestia del tuo seno mi danni per sempre / e non mi liberi mai / non mi perdoni mai».

Sembra un beffardo disegno del destino. Un disco così pregno, importante, viscerale ma assolutamente ponderato, arriva nel momento in cui l’autore non c’è più. L’unico beneficio che ne trarrà Francesco Di Giacomo è quello della consegna al mondo dell’ultima tessera, definitiva e indispensabile per comporre il disegno complessivo della sua personalità di artista e uomo: “La parte mancante”, appunto. Che non è poco, perché queste scarne righe non sono il tributo dovuto a una persona prematuramente scomparsa, ma il sincero attestato per un disco come raramente capita di sentire. Una voce indimenticabile per le parole di un autore il cui valore, paradossalmente, è messo a rischio dalla malia della sua stessa arte vocale. Verrebbe voglia di dire che si tratta di un capolavoro. Ma sì, di fronte a tanta inconsistenza italica spacciata per tale, diciamolo. Senza indugio.

P.S.: Da fruitore rivolgo un sentito ringraziamento a Francesco Di Giacomo in primis, a Paolo Sentinelli autore della musica che non deve passare in sott’ordine, e alla moglie del cantante, Antonella Caspoli, che ha curato la produzione del lavoro insieme a Sentinelli.

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