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Nel quartiere popolare Zen di Palermo va in scena uno spettacolo dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in occasione del 25° anniversario delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Sul palco salgono neomelodici, musicisti con la chitarra scordata, ballerini improbabili e artisti variegati di dubbio talento, tutti rappresentati da Ciccio Mira, l’impresario del grottesco che avevamo già conosciuto cinque anni fa in Belluscone – Una storia siciliana. Di quel documentario, l’ultimo lavoro di Franco Maresco presentato a Venezia è evidentemente un sequel spirituale, o almeno la seconda parte di un discorso che vuole riflettere sulla memoria del paese, sulla consapevolezza delle istituzioni, sui cambiamenti dell’ideologia politica attraverso la società e sull’ignoranza che il tempo non cancella ma consolida attraverso coscienze sempre più vuote. E il senso di sconfitta con cui La mafia non è più quella di una volta si congeda è il segnale della resa dell’autore di Cinico TV e di un pessimismo totale che investe senza lasciare tracce di speranza.

Il viaggio nella memoria dei palermitani inizia il 23 maggio 2017 filtrato dalla “lente” della fotografa di mafia più importante della storia italiana Letizia Battaglia, persa tra le strade della città invase dai cortei che celebrano il ricordo di Falcone e Borsellino. La gente ride e balla in questo fenomeno molto ambiguo che è diventato ormai il ricordo della morte, così come è del tutto fuori luogo la manifestazione organizzata allo Zen con personaggi stravaganti (tra i quali spicca il giovane cantante Cristian Miscel, un vero e proprio “caso umano”), dunque non sembra esserci differenza tra l’apparentemente civile ma mostruoso e il dichiaratamente freak dell’evento di Ciccio Mira. Ogni diapositiva della Sicilia di oggi completa un quadro generale comico e inquietante, specchio di un sistema che agonizza nell’attesa di essere salvato (ma come, quando e da chi?).

Maresco è quello di sempre, in perfetto equilibrio tra cinema di finzione e realtà documentata, forse più platealmente deluso e privo di risposte, eppure abile nell’allargare lo spettro dell’analisi oltre il contemporaneo, dal passato verso il futuro ancora omertoso e incapace di dare una prospettiva meno spaventosa. L’Italia in cui viviamo è la Palermo dello Zen, delle piazze e delle camere del governo, delle spiagge dove i ministri danno spettacolo di sé influenzando gli elettori, delle piattaforme reali e virtuali dove avviene il delitto della civiltà, dell’intelligenza, dell’etica morale, tutti valori che per fortuna fanno ancora parte dello sguardo di alcuni artisti.

7 Settembre 2019
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