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«C’era una volta un matto. E questo è un fatto». Comincia così il nuovo disco di Francobeat, Radici, con una dichiarazione – e un brano, il “manifesto dei diversi” Belluno – che riassume in una decina di parole il concept alla base del lavoro. Sì perché i “matti” Franco Naddei è andato a cercarli sul serio, collaborando con gli ospiti della residenza per disabili mentali “Le Radici” di San Savino (Riccione) per i testi di tutti i brani del disco. Del resto l’arte più originale nasce da sempre dal disordine, mentale o esistenziale che sia, e anche questo è un fatto; nel caso specifico, inoltre, il raccontare storie – tra cui la propria – attraverso il dialogo o la scrittura (realistica o fantastica) diventa per i pazienti del centro una vera e propria terapia («caro amico Franco, ti offriamo un vin santo, se ci aiuti a trasformare in canzoncelle, tutte queste note belle»), come spiega nel booklet anche la psicoterapeuta Patrizia Cavalli.
Ovviamente torna alla mente il caso emblematico di Daniel Johnston – al cui stile potremmo accostare, al massimo, il pianoforte “affogato” della poetica Io ero bellissima – ma solo per certe assonanze tematiche e di contesto. Per il resto Naddei lavora di testa sua, bravissimo a posizionare il tutto su un terreno fatto di rime baciate filastrocchesche in stile Gianni Rodari (qualche richiamo al recente progetto discografico/editoriale Mondo Fantastico) e costruzioni musicali variegate che seguono le metriche un po’ scardinate dei testi. Ecco allora un’iniziale Belluno che cita certi deragliamenti del Barrett solista, una Le mie meraviglie che finisce dalle parti di un ambient da Minimoog e affini, il rock-wave intestinale di Verde/Secco, i King Of Convenience suggeriti dalla chitarra acustica di Camminare e di Pillole, la ballad “timida” de Il principe e la donzella, il tex mex di Carmencita o la canzone d’autore quasi tenchiana di Io ero bellissima (infiltrata con una psichedelia sognante un po’ à la Flaming Lips nella conclusiva Che cambino le cose).
Colpisce l’ingenuità semplice di alcuni passaggi, ma anche l’estrema serietà di parole cantate con apparente leggerezza pop («pillole magiche, pillole di chi è fragile, di chi non ha una vita facile») e l’umanità di certi temi (la bellezza sfiorita, l’amore, il sesso, il corpo, la solitudine) così vicini a ognuno di noi. Al disco partecipa (in varie misure) un parterre di musicisti aggiunti che comprende Sacri Cuori, John De Leo, Santo Barbaro, Moro, Giuseppe Righini, Giacomo Toni. Anche questo dà il metro di quanto Radici si elevi dai confini fin troppo ristretti di un mercato discografico nostrano che raramente ha il coraggio di mettersi veramente in gioco, per farsi opera a sé stante e in qualche maniera “sociale”. «Il manicomio diventa una barzelletta. E tutti parlano a strofetta»
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