Recensioni

Hollywood, 1965. Tal Frank Vincent Zappa, nato in quel di Baltimora, il 21 dicembre 1940, più di otto chili alla bilancia, diplomatosi alla Antelope Valley Joint Union High School venerdì 13 giugno 1958, con venti punti in meno della sufficenza, decide di sfidare la sorte e di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Tenterà ogni carta possibile per imporre il proprio (ancora in fieri) genio musicale e lo farà in uno dei luoghi chiave della Renaissance artistica a stelle e strisce degli anni Sessanta: Los Angeles. Più di preciso al 1819 di Bellevue Avenue, non lontano da quella porzione di Sunset Boulevard che i tipi cool col pallino delle sette note considerano nientemeno che la Mecca del Nuovo Rock’n’roll.
A quei tempi Frank è già il ragazzo sveglio e allampanato, dal volto cavallino e dai baffetti impertinenti, coi piedi troppo lunghi e un’attitudine da ribelle, che la mitologia del rock ci ha tramandato. Il Sunset Strip, invece, ha trovato nuova vita con i moltissimi gruppi che si apprestano a forgiare il cosiddetto West Coast Sound (e non solo). Sono oramai alle spalle i gloriosi tempi del proibizionismo, quando nei suoi mille localini (tipo: il Trocadero, El Mocambo, Ciro’s), la vita notturna si consumava a suon di folk e jazz. Ora sono gli anni Sessanta: i Byrds furoreggiano, Mr. Tambourine Man è al primo posto nelle classifiche di vendita, e i nuovi templi della musica e del divertimento dello Strip hanno nomi esotici destinati a fare la storia; tipo il Whiskey-A-Go-Go, che venne aperto nel 1964 da Elmer Valentie, ex poliziotto della buoncostume di Chicago, che si ispirò nientemeno che all’omonimo locale parigino (Le Whisky à Go–Go appunto), dove ragazze bellissime ballavano dentro gabbie e da cui partì la moda delle discoteche. Ma ci sono anche altri club e bar che Frank e il suo gruppo, i Mothers (già The Soul Giants), amano frequentare. Tipo il Galaxy, il Gazzari’s, l’Action, il Fifth Estate, il London Fog, il Trip, e chi più ne ha ne metta. Sia come sia, la mossa numero uno di Frank-l’aspirante-rockstar, una volta arrivato nell’Eldorado del rock, è questa: cambiare manager (perlomeno così sostiene il suo biografo Barry Miles, mentre Frank Zappa dirà, nel libro scritto a quattro mani con Peter Occhiogrosso, che l’episodio in questione si verificherà poco dopo la pubblicazione del nostro disco). Sì, perché Mark Cheka è un tipo a posto, ma è chiaro che non porterà né lui né la band lontano. Meglio allora affidarsi a Robert Carl Cohen.
Il resto ce lo spiegherà il summenzionato biografo del pachuco italo-californiano (che la rivista Rolling Stone piazzerà al 22º posto nella lista dei migliori chitarristi di tutti i tempi), dalle pagine del suo Frank Zappa. La vita e la musica di un uomo absolutely free: «Poco dopo il party Mondo Hollywood, i Mothers presero Cohen come manager, e lui si mise al lavoro. Ad ottobre ottenne un’audizione all’Action, all’8265 di Santa Monica Boulevard». Sei mesi prima, Frank e la band erano stati scartati perché non avevano i capelli abbastanza lunghi. Piccola precisazione: i capelli lunghi, in quella porzione di States, in quello spicchio di Sixties, significano una sola cosa: tu-sei-un-freak.
I Freak sono dei tipi strambi – perché vestono abiti strambi e inneggiano a valori morali forse non troppo strambi ma un tantinello idealistici – che spopolano sullo Strip, fra il pubblico tanto quanto fra i musicisti. Frank li odia. Anzi, no: li guarda incuriosito e ne nota i difetti. Lo farà per tutto il tempo dell’apprendistato losangelino (e anche oltre), poi riverserà queste sue “osservazioni”, sotto forma di testi, nelle canzoni di debutto della “sua” band. L’album che le contiene è un doppio, esce il 27 giugno del 1966 e ha per titolo (guarda un po’)… Freak Out! Le “stupid song” stipate in quei microsolchi furono registrare presso i TTG Studios, fra l’8 e il 12 di marzo del 1966, avvalendosi della produzione di Mr. Tom Wilson (il cui nome capeggierà su tanti altri storici LP dell’epoca, ad esempio quelli di Velvet Underground, Bob Dylan, Simon & Garfunkel, Sun Ra, Cecil Taylor, Nico ecc.), e saranno poi pubblicate per i tipi della MGM/Verve. Il segreto della loro riuscita: una curiosità musicale che si muove a 360° fra ogni genere possibile, unita a dei testi che… avevano l’arma segreta. Per saperne di più, la parola al solito Barry Miles: «Zappa si rifaceva ai comici di contestazione della seconda metà degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, e alla loro satira politica e di costume. Comici come Mort Sahl, il cui humor corrosivo anticipava il suo, e che diede inizio a un’intera generazione di autori, tra cui Woody Allen, Tom Lehrer, e soprattutto Lenny Bruce, che infranse gli ultimi tabù sul sesso e sul razzismo, sfidando apertamente la censura in nome della liberà di parola».
E la libertà di parola è proprio il succo di uno dei pezzi forti del doppio delle Mothers. Genere supposto: blues politicizzato, con forti connotazioni antropologiche dal taglio cronachistico. Titolo del brano: Trouble Every Day. Argomento trattato: i disordini di Watts del 1965. Riavvolgiamo il nastro: è l’11 agosto di quell’anno quando, nel quartiere di Watts (in quel di L.A.), un agente di polizia trattiene in arresto un ventunenne afroamericano di nome Marquette Frye. Accusa ufficiale: guida in stato di ebrezza. Attorno al giovane ammanettato si raduna in men che non si dica della gente, che se la prende con quel viso pallido del poliziotto, finché sul luogo non arriverà un altro poliziotto e tenterà di sfollare il capannello di persone a suon di manganellate. (S)Fortunatemente, la notizia fa il giro della città e accende la miccia ai disordini. Risultato: una sommossa a sfondo razziale, che durerà per sei lunghi giorni e provocherà ben 34 morti più un migliaio di feriti. «Non sono nero», spiegherà a tempo debito il solerte Frank, «ma ci sono un mucchio di occasioni in cui vorrei poter dire di non essere bianco». E ancora: «C’è sempre stato nel mio lavoro un aspetto giornalistico, fin dal primo album».
Le storiacce di Watts sono oggi dimenticate, ma nei giorni di Freak Out erano roba fresca; e fra le tante che colpirono il genial baffetto, ce n’è una che vale la pena ricordare: riguarda una donna dilaniata dai proiettili calibro 50 di una mitragliatrice della Guardia nazionale, chiamata a sedare i tumulti (trasmessi in diretta nazionale dall’emittente televisiva losangelina Channel 5). Frank rimane turbato da tanta violenza. E molto. Fu invece nello “small apartment” di Echo Park, dove il nostro uomo si era trasferito nel 1959, allorquando abbandonò la famiglia per spostarsi a Los Angeles, che gli venne l’idea per alcuni degli altri brani che fungeranno da spina dorsale dell’esordio delle Mothers (ché all’inizio si chiamavano così, finché i pezzi grossi della casa discografica non contestarono l’efficacia di quel nome, che da Mothers si trasformerà, sulla copertina dell’esordio di Zappa, in Mothers Of Invention): «In quella casa ho scritto Who Are The Brain Police, Oh No, I Don’t Believe It, Hungry Freaks, Daddy, e altri cinque o sei pezzi. Un sacco delle canzoni del primo LP erano state scritte due o tre anni prima della sua pubblicazione. Circa il 50% delle stesse riguardava i fatti del 1965». Bene, ora sappiamo: l’America che sta virando «inesorabilmente a destra» (le parole sono del giornalista del New Yorker, Adam Gopnik), mentre sul piano delle abitudini diventa sempre più liberal, ha finalmente un cantore. Anzi, a dirla tutta ne ha perlomeno cinque, qui su Freak Out, perché c’è Zappa alla chitarra e alla voce, c’è Jimmy Carl Black alle percusioni, alla batteria e alla voce, c’è Roy Estrada al basso, al guitarrón e alla voce soprano, e c’è infine Elliot Ingber alla chitarra ritmica e a quella solistica. Ma il quintetto, portentoso e quantomai duttile, è in realtà coadiuvato da una schiera infinita di guest e comparse (perlomeno trenta o forse più, inclusa la leggenda dello Strip Kim Fowley, e Paul Butterfield della Paul Butterfield Blues Band).
Tant’è che le Mothers Of Invention di Freak Out, più che una band rock sono una piccola (grande) orchestra: «La prima delle quindici tracce che incidemmo», ricorderà anni dopo il mastermind della band, «fu Any Way the Wind Blows (n.a. 2:52 minuti di durata, che poi sarebbe supperggiù la media di tutte – escluse un paio – le canzoni del 33 giri), seguita da Hungry Freaks e Brain Police. Pensate, Wilson ne fu talmente impressionato che chiamò la Mgm a New York negoziando un budget pressoché illimitato per il progetto». «Potete fare qualcosa di grande», disse quindi il produttore alla band. E Frank lo prese in parola; infatti, il giorno successivo, stenderà di getto gli arrangiamenti per un’orchestra di 22 elementi.
Occhio, però: non si tratterà di un’orchestra vera e propria, bensì di qualcosa di molto diverso; in effetti, quell’orchestra era più una specie di… set teatrale o cinematografico per i 5 Mothers (più gli altri 17 strumentisti), sul quale mettere in scena il proprio film sull’America di oggi. Una trovata del genere, va da sé, lascerà di stucco i turnisti in sala d’incisione; perché, di solito, quando suoni con una band rock, non c’è uno spartito ad aspettati. Invece stavolta c’è: «Ehi», sembra che abbia esclamato una violoncellista ai suoi colleghi, alla vista di quell’ammasso di fogli zeppi di pallini neri, «sembra che questo fricchettone abbia davvero scritto della musica». Ebbene sì: quel fricchettone ha il pallino della composizione, e anche della sperimentazione; e se non credete a noi, ci sono le pionieristiche parole (stampate all’interno del doppio LP, assieme a una spiegazione del termine “freak out”, alle note esplicative di ogni singola canzone e a una mappa accuratissima dei locali in voga nello Strip annata 1965) di uno degli eroi del nostro eroe, tal Edgar Varese, in arte musicista, nell’animo avanguardista: «Il compositore d’oggi», dice il musicista antesignano dell’elettronica, nato a Parigi e morto a New York, i «rifiuta di morire».
Ed è la verità pura: perché a ben cinquantatré anni di distanza dalla registrazione del secondo doppio LP della storia del rock (quelle di Blonde On Blonde, di tal Bob Dylan, iniziano infatti a fine gennaio del 1966), la straordinaria-inaudita mescola di stili che è Freak Out – dove in un solo abbraccio si fondono doo-wop, musica elettronica, alea, stupid songs, vaudeville, rhythm blues, blues, jazz, classica e quant’altro – si è imposta come paradigma universale del modus operandi del compositore di moderna musica pop “intelligente”, che sciorina le carte in tavola apparentemente alla rinfusa, lasciando che gli sprovveduti confondano il (suo) genio con (la sua) idiozia. Epitome massima delle velleità sperimentali del disco, sono i dodici minuti e passa del suo pezzo di chiusura – The Return Of The Son Of Monster Magnet – e gli otto abbondanti di Help, I’m A Rock. Quest’ultimo, in particolare, inizia con un incedere demente, stile muezzin allucinato, e pian piano diventa un contenitore avanguardistico di suoni trovati, canti tribali, bleep alieni, gemiti d’orgasmo simulati (e chissà che altro) che avrebbe fatto felici tanto lo sperimentatore/inventore di landscape sonori Varese quanto un maestro del nonsense del calibro di Lenny Bruce. The Return Of The Son Of Monster Magnet è invece il sentiero luminoso che porterà Frank Zappa verso il suo destino di musicista sperimentale “serio”; giacché, a dispetto del dialogo iniziale alquanto demenziale (eccolo nella sua interezza: «Male voice: Suzy?; Female voice: Yes?; Male voice: Suzy Creamcheese?; Female voice: Yes?; Male voice: This is the voice of your conscience baby … uh, I just want to check one thing out with you … you don’t mind, do ya?; Female voice: What?; Male voice: Suzy Creamcheese, honey, what’s got into ya?»), la “suite” si divide in due parti – dal titolo: Ritual Dance Of The Child-Killer e Nullis Pretii (No Commercial Potential) – dentro le quali l’estro zappiano esplode come una supernova, lasciando i gruppi coevi di rock-beat-e-quant’altro ad affogare nel limbo/palude della Moda.
L’essenza di un tale collage dadaista, che nel titolo omaggia un giocattolo magnetico a forma di mostro, all’epoca molto pubblicizzato in televisione negli Stati Uniti, è mirabilmente descritto dal critico musicale Piero Scaruffi, che così scrive: «Spezzoni di rock, musica leggera, rumori, discorsi, commercial, arie da operetta, high-school (la canzone sdolcinata per scolaresche di teen-ager deficienti), folk, blues, jazz, e due decenni di ritmi vengono inghiottiti in un unico brano senza scollature, sorta di immane black hole sonoro». Piccola chiosa riguardante il personaggio-groupie di Suzy Creamcheese, che esiste davvero, e il cui nome è Pamela Zarubica (riuscirà a convivere, in qualità di coinquilina, assieme al genio di origini siciliane, senza mai andarci a letto). D’altronde il tipo, stando a quanto ne dirà la sua futura moglie Adelaide Gail Sloatman, non è esattamente un redivivo Don Giovanni: «Quando lo incontrai per la prima volta», ricorderà alcuni decenni dopo l’adorabile signorina che all’epoca faceva la segretaria presso il Whiskey-A-Go-Go, «viveva in miseria e puzzava terribilmente. Aveva anche lo scolo ed era infestato dalle piattole, anche sui capelli, che non si pettinava da mesi. A ogni modo ne ero affascinata, e anche un po’ intimidita».
Eggià, Gail non è la prima vittima del bislacco fascino di Frank; ed è forse grazie a lui che ha imparato, come imparerete tutti voi ascoltando le musiche e assorbendo i testi del primo concept album della storia del rock, che il freaking out consiste «in un processo in cui l’individuo si libera da modelli di pensiero, abbigliamento, convenzioni sociali superate e restrittive per esprimere creativamente la sua personalità». Parola di Zappa. E così sia. Buon ascolto.
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