• ott
    01
    1969

Giant Steps

Bizarre

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Se questa rubrica vuole suggerire possibili approcci jazz per chi di solito mastica rock, Hot Rats pare, per paradosso, quasi doveroso. Oggi – che di acqua sotto i ponti ne è passata ed anche il post-moderno è roba vecchia – potrebbe anzi essere considerato un classico del genere: tra le prime, ancora ruvide, miscele jazz-rock, abbrivio imperfetto di quella che poi sarà la fusion. Dalle parti, ma le differenze sono abissali, di Bitches Brew.

HR non è il disco di Zappa come spesso si sente dire: è semplicemente un suo disco molto bello. E importante. Dà il via alla sua carriera post-Mothers of Invention, ne sdogana le qualità di chitarrista, HR disco jazz di Zappa. Con tutte le ambiguità del caso. Lui che non amava particolarmente questo linguaggio, che pure ha praticato (si pensi a King Kong, che lo accompagnerà da Lumpy Gravy fino all’ultima tournée) e dalle cui fila ha tratto la meglio crema dei suoi (tre nomi: George Duke, Jean-Luc Ponty, Vinnie Colaiuta). Amava certa roba free & dintorni, e figure di culto come Don Ellis: esperienze ritagliate ad hoc per nutrire gli sperimentalismi free(k) dei Mothers. Ma di tutto questo in HR c’è poca traccia. Jazz qui in un’accezione più morbida, sfumata, paradossalmente, meno zappiana.

Vediamo allora. Registrato su un 16 piste artigianale, vero tripudio di sovrincisioni, HR è un lussureggiante intrecciarsi di chitarre, tastiere e fiati, con Ian Underwood, già Mothers, a farla da padrone. L’effetto finale è vividissimo: timbriche, densità e dinamiche a metà tra cariche orchestrali, coloriture bandistiche e combo jazz. Ospiti di lusso: Captain Beefheart, nell’unica canzone, e i violini di Sugar-Cane Harris e Ponty. Lowell George, anche lui già negli ultimi Mothers, poi anima dei Little Feat, alla chitarra ritmica (ma non è accreditato), e vari turnisti jazz a spartirsi basso e batteria.

Peaches En Regalia è uno dei classici zappiani, capolavoro di ironia musicale tutto da fischiettare, dai mandolinismi iniziali alla giocosa ripresa del tema nel finale. Willie The Pimp, blues-rock secco, riff semplice e ficcante, vede il cameo del Capitano, che le appiccica addosso il suo marchio catarroso e sbraitante. Son Of Mr. Green Genes, arzigogolo del Mr. Green Genes già su Uncle Meat, scopre sorprendenti affinità con Peaches e presenta uno dei soli di chitarra più generosi e avvincenti di tutta la discografia zappiana. Little Umbrellas (il cui ciondolante gioco contrabbasso-piano-batteria sarà campionato dai dEUS per la loro First Draft), in un una parola, e scusate il bisticcio, umbratile, è un pezzo praticamente lounge, ma dall’incedere sottilmente sinistro. The Gumbo Variations, lunga jam, è lo showcase delle contorsioni al sax di Underwood. Inquietudine sottile che riprende e sviluppa il clima di Umbrellas, ma con un tocco (auto)ironico feroce e deformante, come sempre nel miglior Zappa, It Must Be A Camel è la perla segreta del disco, capace di aprire squarci sui modi sempre più ricercati che caratterizzeranno la sua produzione settantina.

Il discorso di HR continua tra i solchi di Waka/Jawaka (meno riuscito) e di The Grand Wazoo (elegante progetto big band). PS: HR è il disco preferito di Matt Groening.

1 marzo 2009
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