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7.3

Ricordiamo benissimo la première del video di Quelli che benpensano, assieme a Barbie Girl degli Aqua (truestory), in una delle primissime puntate – se non proprio nella prima – di Volevo Salutare, trasmissione domenicale postprandiale di Linus e Albertino con Frankie ospite spesso e volentieri e che nella sigla voleva appunto salutare “prima i porno kings e poi le porno queens“.

La canzone e il video ci colpirono subito. Il trucco stava tutto nel ritornello cantato dall’ondeggiante Riccardo Sinigallia e nella magia del campione di Ice One, che aveva scovato in un pezzo jazzfunk di Jimmy McGriff, Blue Juice, un nanosecondo di tromba speciale, che andava rallentato e messo in loop, a creare una specie di atmosfera bernardherrmanniana da Taxi Driver, vedere appunto il video.

Fuori da quel pezzo capolavoro, che nel testo metteva alla berlina – si dice così? – yuppiesmi e ipocrisie borghesi, La Morte dei Miracoli ci serve, visto che siamo dentro a Campi Magnetici, per spendere due parole su un momento in cui l’hip hop italiano stava cercando di costruire qualcosa, su più fronti. Frankie veniva dal successo underground di Fight Da Faida (1991) e del disco Verba Manent (1993), coi quali si era proposto o comunque era stato accolto come l’alternativa intellettuale a Jovanotti da una parte e alle posse e alle cricche marce come – pur con tutti i distinguo del caso – Sangue Misto, Spaghetti Funk o Colle Der Fomento dall’altra. Frankie era una figura nuova, il rapper colto dal lessico forbito e le lyrics conscious che mancava, ad un tempo censore dei costumi e – col senno di poi – primo indie-rapper italiano (anticipatore per modi e toni di Caparezza, che infatti lo indica come maestro e che guardacaso è stato suo sodale al Tenco 2008). Frankie era rassicurante (occhio, soprattutto per il pubblico non-rap): street come un sofà, ecumenico come un concilio.

Frankie e il suo rappato-parlato verboso e squadrato, ma senza mai arrivare al taglio del bisturi, giustamente definito a un certo punto “paleolitico” (se non sbagliamo, da Aelle; e si veda già qui qualche impacciamento, per esempio in Il beat come anestetico), hanno finito poi per soccombere a liriche sempre più intrise e piegate da una retorica che se non adeguatamente servita dalla musica è facile che diventi sterile, immobile. Ma La morte dei miracoli è un disco inattaccabile.

Skit stranianti come Cubetti tricolori e Manovra a tenaglia, che all’epoca erano praticamente avanguardia, e basi semplicemente splendide, scure e introspettive, a tratti claustrofobiche, fantasticamente anni Novanta (gli scratch di Dj Stile e dello stesso Ice One), a servire pezzi-manifesto del Frankie-pensiero come Accendimi (contro la TV cattiva maestra), Tieni giù le mani da Caino (contro la pena di morte), Il beat come anestetico (dove il rap non è stile di vita, ma esercizio di lucidità mentale ed escapismo dalla quotidianità), Autodafè (dove il peggior nemico è quello che ti trovi – huskerduianamente – ogni giorno davanti allo specchio), Cali di tensione (il pezzo più freestyle ed egotrip, dove si parla soprattutto della “scena”). Sempre buoni, per quanto meno riusciti, il crossover hardfunk de La cattura, forse il numero più goffo e datato del lotto, e Fili, che campiona Questione di feeling di Mina-Cocciante, anche questo non invecchiato benissimo.

Ecco, in La morte dei miracoli Frankie era un rapper che diceva qualcosa in maniera personale e riconoscibile, ma soprattutto facendo buona musica. Poi un’ispirazione sempre più stitica, che ha fruttato solo 5 album in 15 anni di attività (ma forse è stato meglio così), con singoli tremendi a segnare una specie di punto di non ritorno nella curva di Gauss della carriera: Rivoluzione, Sanremo 2008 (con la tromba di Roy Paci e il cameo rap finale di Enrico Ruggeri; ricordiamo lo scazzo in diretta nel dopofestival giostrato dagli Elio con il compagno/rivale Zampaglione), ovvero il political rap – il tag è di wikipedia – sotterrato da tonnellate di qualunquismo “contro”, e School Rocks! (2011), ovvero il modo sbagliato di dire le cose giuste, di usare la comunicatività rap per mandare un messaggio – occhei – ma nella più totale noncuranza del lato estetico della faccenda, quando il focus sul contenuto, su un certo tipo di contenuti, fa andare a gambe all’aria ogni cura della forma. E si sa che il medium è il messaggio.

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