Recensioni

Fra tutti i gruppi dal fall out garage lo-fi di San Francisco, i Fresh & Onlys sono quelli che hanno mostrato il songwriting più solido e un’idea di canzone ben definita. Di fatto, oggi il termine “garage rock” sta loro molto stretto. Tim Cohen è un autore dotato di un talento melodico naturale, che deve tanto ai 60s quanto al pop psichedelico degli anni ’80. C’é qualcosa del neotradizionalismo paisley nei suoi brani, ma il Nostro sa guardare con nonchalance anche dall’altra parte dell’oceano, ai chiaroscuri di gruppi come Echo & The Bunnymen.
Tutto ciò Long Slow Dance lo metteva in scena con quadretti pop wave melodicamente ineccepibili, ma forse un po’ freddi, specialmente se paragonati alla produzione precedente. Al contrario, il nuovo lavoro corregge parzialmente il tiro, recuperando il graffio delle chitarre, senza perder il senso della spazialità. L’incalzante vortice melodico di Home Is Where suona quasi come un ritorno a casa, mentre Bells Of Paranoia, con la sua crosta di feedback su cui si innalza ieratico il canto di Cohen, è il brano che produce il risultato più entusiasmante.
Complice la produzione mid-fi di Phil Manley dei Trans Am, che sporca opportunamente il jingle jangle smithsiano di Who Let The Devil, il range stilistico della band non è mai stato così ampio. Animal Of One, con l’iterazione fra basso e voce, parla chiaramente la lingua dei Cure senza perdere il calore della California. I’m Awake è una notturna ballata dal sapore pastorale, mentre Hummingbird è la melodia più remmiana del lotto.
Nel finale i synth e le cacofonie spacey di Madness lasciano intravedere quello che potrebbe essere il sound del prossimo album. C’è da augurarselo? Certamente sarà difficile superare l’equilibrio mostrato su questo lavoro, ma vale la pena di continuare a seguire la vicenda Fresh & Onlys con molta attenzione.
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