• Lug
    22
    2013

Album

ATP Recordings

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Non hanno mai subito le scelte altrui, i Fuck Buttons, ma sapere che Slow Focus è il primo album completamente prodotto in casa dal duo, nel suo Space Mountain Studio, è questione interessante. Lo è sapendo quanto Andrew Hung e Benjamin John Power tengano alla dimensione prossemica e alla natura fisica della produzione dei bottoni. In qualche modo ce li immaginiamo produrre così come eseguono, uno di fronte all’altro (in realtà dicono di fare davvero così), con se stessi come alter ego l’uno dell’altro a recepire il messaggio arcano prodotto dalle macchine analogiche.

Ho detto alter ego, ma avrei fatto meglio a dire pubblico. I Fuck Buttons hanno fatto del rumore accessibile e prevedibile (senza giudizio di valore) nelle progressioni soniche una bandiera, una formula, perché sono i primi fruitori della bellezza del suono che producono.

Incuriosisce scoprire che i due ci presentino Slow Focus come un disco in cui “it almost feels like the moment your eyes take to readjust when waking, and realising you’re in a very unusual and not a particularly welcoming place. We like to think that we create our own new landscapes, and with this it’s a very alien one”. Mescolando trama e intreccio, in queste parole troviamo l’immagine prodotta dai diretti interessati per tradurre un’impressione all’ascolto, che avremmo reso linguisticamente dicendo che i Fuck Buttons non hanno più un copione. Forse non l’hanno mai avuto? È la domanda con cui si potrebbe chiudere la recensione, per ammettere alcuni puntini non messi sulle “i” delle valutazioni sui passi precedenti di Hung e Power.

In realtà la risposta è sì, così come affermativamente risponderemmo alla domanda circa l’attualità e l’efficacia – e sono passati cinque anni – di Street Horrrsing. La capacità di costruire temi-melodie elementari ma efficaci è qui intatta (plateale in Year Of The Dog) ed è parte del talento dei Fuck Buttons. Poi c’è il tempismo (l’altra faccia della medaglia della prevedibilità) e il rumore bianco, che tutto mangia e tutto vomita (vomitava) tra le urla filtrate.

L’output era inequivocabilmente psichedelico, un output che in Slow Focus manca, o almeno non emerge più dal rumore, dalla distorsione, che impallidisce al confronto delle due prove precedenti. C’è oggi quello che dicevamo non esserci mai stato nei Fuck Buttons, ossia la sofisticazione esplicita. Non compositiva, l’approccio è ancora quello del reiterare minimalista, ma quella che va oltre la riconoscibilità immediata, la capacità di sposare un gusto dominante. Recuperano complessità e perdono forse immediatezza e piglio pop, a un primo ascolto. Riprendono – perfettamente a loro agio in questo 2013 – il passato elettronico che va prima degli ultimi trent’anni, alle radici europee delle narrazioni sintetiche. Filologicamente, lo fanno senza voci umane, semmai con le tastiere di Vangelis in Year Of The Dog, apocalittica e riuscitissima traccia, una delle migliori risposte degli ultimi anni alla domanda: qual è la via non banale al revival del retrofuturismo? Tastiere che, quando si sposano a volumi altissimi e alle distorsioni cui i due ci hanno abituati, vanno al bersaglio scientificamente (The Red Wing) ed esprimono la grandezza oltre che la complessità di quel sound, che al terzo ascolto è inequivocabilmente FB. Non tutti i numeri brillano: Stalker è un po’ trascinata, così come lo sono quelle cavalcate cosmiche su tastiera, ma poi arriva ancora una volta la distorsione, il muro di rumore biancastro.

È la loro arma, la versione melò del pollo dei Monty Python. I Fuck Buttons conoscono bene i trucchi del mestiere, ma oggi vivono nei dettagli e saranno per questo amati più che per le sberciate noise.

(streaming integrale via Pitchfork Advance)

13 Luglio 2013
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