• Apr
    19
    1990

Classic

Dischord

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Il primo vero LP dei Fugazi (dopo tre EP) non poteva che uscire in una data spartiacque, anche solo a livello simbolico, come il 1990. Siamo al passaggio di consegne tra due decenni di indie americano e a uno snodo cruciale della scena di Washington. Di quest’ultima, Repeater rappresenta una sorta di pivot dal punto di vista artistico e critico, ma anche un momento di svolta e di collegamento tra diverse fasi creative e storiche.

Più che a un ricambio tra generazioni, nella capitale si assiste a un fenomeno diverso, un rimpasto generale in cui gli stessi musicisti creano nuovi gruppi, come in questo caso. Se in principio c’erano i Minor Threat e i primi complessi del giro Dischord (i Bad Brains hanno sempre giocato a parte), l’estate del 1985 vede molti creatori del DCcore originale orientarsi verso un nuovo stile, stufi della deriva machista e della stagnazione in cui è caduto l’hardcore di Washington. Invece di salvare la vecchia scena, i protagonisti della prima stagione puntano a costruirne una nuova con presupposti totalmente differenti. Nascono gli Embrace di Ian MacKaye e salgono alla ribalta i Rites of Spring di Brendan Canty e Guy Picciotto, che sublimano l’approccio più aperto e melodico all’hardcore nella forma “confessionale” definita emocore. L’intreccio tra personale e politico e l’apertura mentale e stilistica gettano i semi della nuova formazione che MacKaye, Picciotto e Canty creano nel 1987 insieme a Joe Lally. Se infatti i Fugazi sono una band politica in senso non comune ma coerente, alla loro tanto (giustamente) decantata integrità corrisponde uno stile tutt’altro che monolitico.

Le aperture dell’emocore si trasformano in un tentativo di decostruzione paragonabile a quello dei Gang Of Four o di altre formazioni new wave. Oltre a incorporare ritmi reggae e dub e soluzioni (vocali – canto “cantilenante” o declamato – e strumentali) nemmeno troppo lontane dall’hip-hop, i Fugazi scompongono l’hardcore secondo i principi di una funk band: il senso del groove, l’interscambio ritmico, l’alternanza dei ruoli ritmico/percussivi e melodici tra chitarre e basso diventano altrettanti marchi di stile del quartetto. Nello stesso modo i nostri usano l’hc come filtro per le suggestioni armonico/melodiche che arrivano dal rock underground americano: le timbriche dissonanti e gli accordi atonali dei Sonic Youth, il rumorismo graffiante dei Big Black, e, perché no, l’intreccio tra riff potenti o dal picking forsennato e arpeggi melodici dei Dinosaur Jr, senza però i muri di distorsione e gli assoli.

Le accelerazioni compatte del vecchio hardcore si evolvono in costruzioni più lunghe e complesse. Più dei riff di chitarra è il groove – per quanto spezzato e imprevedibile – il filo conduttore di una trama avvincente fatta di break strumentali, stop& go, pieni e vuoti dinamici, botta e risposta tra voci e strumenti. Le parti delle canzoni s’incastrano in modo inusuale, ma con la tendenza a risolversi in frasi di grande presa e ritornelli da cantare a squarciagola con tanto di coro. D’altra parte, pure il brano più semplice, il reggae rock a passo svelto di Merchandise, mantiene un taglio obliquo. Alla dinamica double face di tanto rock alternativo (vedi i Pixies) i Fugazi arrivano sempre con il loro stile, cioè un po’ di traverso.

Anche se non lo si considera un punto di partenza per gli sviluppi immediati dell’indie rock, Repeater fotografa bene le convergenze più o meno parallele insite in tanto post-hardcore. L’obliquità ritmica, armonica e melodica si ritroverà in band della stessa scena come Girls Against Boys, Jawbox e Shudder To Think. Ma non solo. Per rendere l’idea dello spettro musicale, si possono mettere a confronto due pezzi. Da una parte Two Beats Off offre un riff quasi alla Led Zeppelin e passaggi che non sarebbero dispiaciuti neppure ai Jane’s Addiction o a un gruppo crossover. Dall’altra, il metodo compositivo dei Fugazi verrà ripreso in maniera più astratta e formale da complessi di area post-rock, June of 44 su tutti. Shut the Door adotta uno schema piano/forte che l’anno dopo sarebbe entrato nel mainstream con i Nirvana, ma la doppia dinamica, nell’uso degli armonici e nelle esplosioni quasi statiche, rimanda piuttosto a quello che avrebbero fatto, ibernandone il pathos in schemi più cerebrali, gli Slint. Da un estremo all’altro, insomma, del cosiddetto alternative.

Altro pregio dei Fugazi: nei lavori successivi l’estrema riconoscibilità del loro stile non si sarebbe mai trasformata in prevedibilità. Le efficaci variazioni sul tema di Steady Diet of Nothing (1991) o il più massiccio e lineare In on the Killtaker (un passo indietro, sotto alcuni aspetti) portano a Red Medicine (1995), vertice della maturità e anticamera dello sconfinamento in territori prossimi al post-rock di End Hits (1998). Il discreto The Argument (2001) rimane a tutt’oggi l’ultimo LP pubblicato. Sembrerà paradossale, ma pure se non si sono mai ufficialmente sciolti sembra difficile che i Fugazi possano “riformarsi” come molti loro colleghi. In ogni caso, ci mancano molto.

10 Luglio 2012
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You Have No Control – A DIY Tribute To Fugazi

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