Recensioni

6.8

Dal semisconosciuto Electro Karaoke in the Negative Style ai fasti del 2006 in piena epoca space-disco con i singoli di successo come Collarbone (da Transparent Things  di quell’anno e nella pubblicità della Jaguar), Oh (da Lightbulbs, traccia scelta nella serie tv di culto Breaking Bad) e pop song felpate e deliziose come Knickerbocker e Pickpocket. La storia dell’allora duo e ora quartetto Fujiya & Miyagi, con il presente Ventriloquizzing, sembrerebbe alle battute finali.

Passato il momento hype dovuto ai Pitchfork e agli NME, ma anche alla stampa specializzata di mezzo mondo, cosa ne resterà di questa Beta Band aggiornata alla space disco norvegese cresciuta a krautrock e tastiere anni Settanta?

Sulle prime la quarta prova sembra fallire l’obbiettivo: non solo mancano i potenziali singoli ma è anche la leggerezza melodica che da sempre contraddistingue il progetto di questi simpatici nerd a venir meno. I quattro, come gli Hot Chip di qualche tempo fa, guardano giù nel dark e settano il motorik su strofe pronunciate sottovoce tra citazioni del Barrett solista (Pills) e visioni Blade Runner (Universe). Quando all'ascolto subentra il lato sperimentale della faccenda emergono i dettagli più interessanti: le sfumature testuali germogliano e dagli scioglilingua di gelati o lesti taccheggi nascono insoliti mondi popolati da ventriloqui che non respirano e da pupazzi oscuri che non vivono di vita propria, che si muovono a comando.

La produzione per la prima volta è condivisa: F & M compaiono assieme a Thom Monahan, ingegnere e musicista che ha lavorato principalmente per Devendra Banhart e che qui si limita sostanzialmente al ruolo di assistente. Il lavoro di squadra è certosino e non cerca clamori: punta alla qualità del prodotto di genere che ha superato le mode. La lezione che va da Vangelis agli Air più virgin suicides fa emergere giochi di sponda con i conterranei Depeche Mode (Sixteen Shades of Black & Blue è un synth pop ribaltato, surreale e cameristico proprio come la loro copertina retrò raffigura) e più in generale un nuovo inizio con un batterista che apre a scenari inediti (soffusioni pianistiche e i ritmi para-d’n’b in Ok, i Pet Shop Boys dandy urbani degli esordi rimpinguati in Minestrone, i Suicide teardroppiani citati in Tinsel & Glitter).

Nessuno stravolgimento del segreto del loro successo, eppure i ragazzi si sbilanciano molto nel racconto suonato: i nuovi F & M sono più teatrali, introspettivi, tenebrosi ma ancora maledettamente sinuosi e felini. Disco di transizione comunque riuscito.

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