Recensioni

Nessuno più di Future incarna l’essenza più glamour e al tempo stesso patinatamente malinconica del carrozzone trap più laccato. Natali ad Atlanta, una rispettabile gavetta criminale con smercio di droga e irrinunciabile sparatoria, immancabile endorsement del patron Gucci Mane: nel suo curriculum non c’è una virgola fuori posto. Anche musicalmente, la ricetta è perfetta: voce strozzata e ricoperta di autotune a metà tra rappato e cantato, produzioni scintillanti e diversi strike in classifica. Il tutto per cantare del consueto incubo afroamericano che nasce dalle miserie della strada e arriva ai dollaroni, con conseguente cambio di angosce. Quello celebrato da Future è un edonismo black che ha perso qualsiasi contatto con la realtà: purple drank, auto sportive, modelle sculacciate (possibilmente in flip-flops di Gucci), party e antidepressivi.
Nel 2015 Beastmode aveva scompaginato abbastanza le carte nel giro, e come nella migliore tradizione blockbuster, vista la fortuna del primo capitolo, ecco il sequel: squadra che vince non si cambia, quindi di nuovo Future con le ambite produzioni del peso massimo Zaytoven. Beastmode 2 è un mixtape che va nella direzione opposta rispetto al doppio album del 2017 HNDRXX/FUTURE, scremando, tagliando e condensando il discorso in una scaletta di sole 9 tracce. Scampato quindi il pericolo playlist à la Drake, resta da capire dove vada a parare questa rinnovata sinossi dopo le indagini trap & blues dell’eponimo e la rarefatta uggia ambientale di HNDRXX.
Scalata fino all’ultimo possibile passo la parabola del lusso e del tedio esistenziale, sembra ora cominciare l’inevitabile declivio. BM2 vuole in tal senso essere il disco del definitivo coming-out emo-tivo: dietro la maschera del milionario senza cuore tutto bitches & money ecco allora la fragilità di un sensibile ragazzo perseguitato da voci nella testa, dai danni dovuti ad anni di abusi di sostanze, dalle ansie economiche e sentimentali di un possibile matrimonio naufragato anzitempo, e così via. La storia è vecchia e già sentita, per quanto la versione di Future sia decisamente più godibile e interessante di quella del lagnoso champagnepapi canadese. Le produzioni seguono a ruota l’emotività dei testi, tra le malinconiche sfoglie jazzate da piano-bar di RED LIGHT e RACKS BLUE e soluzioni riciclate ma felicemente funzionali (come le vocine pitchate di WHEN I THINK ABOUT IT). Tra un’inedita commiserazione che serpeggia obliqua («pouring up in public, damn I hate the real me») e un versante musicale efficace e funzionale ma meno interessante della doppia uscita precedente, il succo del discorso è tutto racchiuso nella conclusiva HATE THE REAL ME.
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