• apr
    07
    2017

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4AD

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Dopo quel Singles che è stato – come ormai sanno anche le pietre – il loro album della consacrazione, dai Future Islands ci aspettavamo un ulteriore salto in termini di solidità o, quantomeno, di cesello di una rodata e prevedibile formula, metti l’aggiunta o la sottrazione di alcuni strategici elementi, un lavoro sul minutaggio, l’escogitare qualche espediente di concetto, la mano libera data al produttore nello scompaginare le carte, ecc. Sembra passato un lasso di tempo lunghissimo da quanto il trio originario di Baltimora ha firmato con la storica etichetta 4AD, e sempre risalente a quel periodo è l’indimenticabile performance al David Letterman Show entrata a buon diritto nella storia dell’iconico programma televisivo. Il merito era un album (il succitato Singles) capace di segnare un cambio di passo all’interno delle canoniche e anche un po’ anchilosate dinamiche del synth pop: un disco dove bassline, ondate sintetiche e ritmi percussivi sapevano tessere un’altra storia, lontana anni luce dal noto e dall’ampiamente solcato, e in grado anche di farci divertire.

La stessa alchimia la ritroviamo in The Far Field, quinto album in studio del gruppo guidato da Samuel T.Herring, che questa volta si è avvalso della produzione di John Congleton, la cui mano si avverte negli angoli di un disco che solo sporadicamente prova a scardinare le certezze di un pop rotondo e rassicurante. Descritto da Herring come un «disco perfetto per essere ascoltato mentre si è alla guida in autostrada», The Far Field possiede la cinetica di un album in movimento, come lasciava presagire il clip di Ran, dove l’instancabile frontman si lanciava a perdifiato nelle foreste del Maryland. Una voglia insaziabile di spazi sconfinati che riscontriamo anche nelle trame sonore ordite da Gerrit Welmers e William Cashion, pietre rotolanti di un collage dove – sempre e comunque – è l’incontrastata voce del leader a farla da padrone.

Il disco sembra osare di più nei brani paradossalmente più stereotipici, quelli dove l’identità del trio è ben delineata e riconoscibile: l’uno-due in apertura della new-wavey Aladdin e la tumultuosa Ran svelano superfici cangianti, con un Herring abile nell’insinuarsi con efficaci strofe tra il disperato e l’umorale. Nel complesso parliamo anche di un disco malinconico, sregolato, fuori dalle righe, dove il sound dei Future Islands cambia sì, ma per restare il medesimo, un limite più che un vantaggio nell’economia di un lavoro dal quale ci si aspettava non solo una conferma, ma anche un salto in avanti deciso. Dodici tracce che, nonostante la brillantezza uptempo di brani come Time On Her Side e North Star o una bassocentrica Shadows (unico caso in cui a spadroneggiare è la voce di Debbie Harry dei Blondie), finiscono per confondersi in un quadro riccamente colorato e adornato ma privo di quelle urgenze, sfumature e fors’anche imperfezioni che avrebbero fatto di questo lavoro un’esperienza urgente, viva, differente. Siamo ancora un gradino sopra rispetto a tante altre inutili imitazioni, ma The Far Field è “solo” un buon disco di una talentuosa band che può già vantare un marchio di fabbrica inconfondibile. Croce e delizia per i fan e per le sue stesse sorti.

7 aprile 2017
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