Recensioni

Dopo aver miseramente fallito nel tentativo di inquadrare le nuove generazioni in quel ritratto grossolano e fasullo di L’estate addosso (trascinato più dalla fastidiosa hit jovanottiana che da qualche sincera attesa), Gabriele Muccino torna in Italia per raccontare ciò che fin dal suo esordio è sempre stato il suo obiettivo prediletto: le disfunzioni della famiglia tradizionale italiana. A diciassette anni da L’ultimo bacio, però, tutto quello che il regista romano ha da raccontare appare ormai stantio, datato, fuori tempo massimo, quasi volesse ribadire con forza che quella realtà è sempre stata a lui molto vicina, anche se della contemporaneità ha conservato ben pochi connotati, essendo stata definitivamente presa a pugni e spazzata via dal decennio scorso – dopo una serie ben assestata di crisi economiche e culturali che hanno dilagato e dilagano ancora nel nostro bel paese. Ciò che rendeva grande l’antica tradizione della commedia all’italiana, a cui Muccino sembra volersi legare con il suo ultimo A casa tutti bene, era la messa in scena sfacciata dei difetti più evidenti del nostro popolo, sbandierati e considerati quasi patrimonio nazionale inimitabile, ma violentemente capovolti sul finale amarissimo per svelare l’inganno a cui ogni giorno andavamo in contro. Un tempo era proprio la sofferenza dell’uomo medio a veicolare messaggi politici rilevantissimi per la nostra società e per aggirare l’ipocrisia diffusa e la gravità delle nostre azioni.
Dopo L’ultimo bacio – che come ritratto di un frammento d’esistenza poteva anche trovare un senso più ampio – Ricordati di me e Baciami ancora, appare ormai lampante la mancanza di rinnovamento del cinema di un regista che ha sempre avuto solo e soltanto un’unica storia da raccontare, veicolata da un unico personaggio (nonostante sullo schermo ne appaiano a dozzine) e, in definitiva, inquadrato il ritratto di una sola Italia. Quella dei piagnistei fini a loro stessi, dei lamenti e delle grida perché si sarebbe preferita una vita piuttosto che un’altra, delle occasioni mancate, delle seconde opportunità gettate al vento, di sfizi ridicoli elevati di importanza. Fa tutto brodo nel pentolone di Muccino, che non contento, stavolta sceglie di gettare in questa imbarazzantissima mischia un’intera famiglia, la quale però è l’emanazione di un solo modo di concepire la realtà; è un coro a una sola voce (che riecheggia all’infinito). Così, ci troviamo catapultati, o meglio sballottati, da un personaggio all’altro con la stessa rapidità (e freddezza) di uno stacco di montaggio: da Paolo (l’artista e figliol prodigo tornato a casa dopo una vita di errori) a Carlo (indomito romantico che non esiterebbe a gettare la moglie da un dirupo), da Diego (marito truffaldino che non vede l’ora di abbandonare l’insopportabile consorte) a Riccardino (che brama disperatamente una terza occasione per rimettere in piedi la sua di famiglia).
Tutto già visto e sentito, edulcorato in maniera irritante da dialoghi da cioccolatino (o estratti dall’ennesimo best-seller sentimentale) e da situazioni che dal tragico passano più in fretta di un batter di ciglia al patetico – e non c’è nemmeno bisogno di scomodare il segmento narrativo che riguarda Sandro e Beatrice (dalle potenzialità altissime miseramente sprecate). Accorsi fa Accorsi, Favino fa Favino e Morelli vorrebbe pure strappare qualche risata, ma è frenato da un copione che sul più bello vira perpendicolarmente verso il solito e sfacciato buonismo da quattro soldi che tanto piace al pubblico anestetizzato di oggi (o almeno, così sembrano pensarla i produttori). Inutile scomodare mostri sacri del passato (da C’eravamo tanto amati a Io la conoscevo bene), così come è indubbia la conoscenza del settore di appartenenza da parte del regista; se solo qualche volta si provasse a guardare al di là del velo, al di là delle urla, a cercare magari nei sussurri, nel non detto, queste storie potrebbero perfino raggiungere territori emotivi inesplorati. Un vero peccato, considerati gli attori coinvolti (il cosiddetto “meglio” del panorama nostrano) e il lato tecnico di assoluto livello (tra cui spiccano le musiche di Nicola Piovani, forse più adatte alla malinconia morettiana).
Amazon
