Recensioni

La storia è sempre quella. L’it-pop e tutte le sue possibili declinazioni (purtroppo o per fortuna, poche) e i suoi numerosissimi adepti. Ci sono quelli che prendono a modello il percorso dei “paradisiaci” Thegiornalisti con la mente già proiettata al successo di pubblico conquistata a colpi di ritornelli facili e, per andare in tema social, acchiappalike; ci sono quelli della “scuola” Calcutta (più simile a uno scadente doposcuola, senza nulla togliere a quest’ultima risorsa), con il loro canto sbiascicato, l’attitudine da loser perennemente sfortunati in amore, che nel calderone infilano uno o due temi in voga tra i (ggg)giovani d’oggi. Infine, ci sono quelli che nel calderone mettono un po’ di tutto, ma il risultato è talmente indigesto da non cogliere più i riferimenti, da non avere nemmeno l’ombra di una parvenza di gusto. Tra questi ultimi possiamo catalogare anche Settebello, secondo album di Galeffi, ultimo di una serie di fabbricatori di lamenti e piagnistei, partorito dall’infausto calderone del “relativamente giovane” genere musicale che vede in Tommaso Paradiso uno dei suoi alfieri più coraggiosi e indomiti.
Più che l’immediatezza dei brani o una pretenziosa onestà, a colpire subito è la banalità di testi e costrutti, nonché di ritornelli piacioni pronti a far versar lacrime a chi, in piena crisi adolescenziale nella periferia romana, sta attraversando la prima (patetica) delusione amorosa. Da queste premesse, che purtroppo rimangono tali (in quanto non aiutate nemmeno da una produzione con un minimo d’ambizione), partono i primi brani (Settebello, in cui ascoltiamo perle come «Ho un rubinetto in fondo agli occhi, piango a dirotto tutte le notti / Milano perché non ti compri il mare? mentre Roma ormai si fa ammazzare»), e anche se in America un iniziale e provvidenziale swing di pianoforte prova a ridestare l’attenzione, il tutto è vanificato dalla solita progressione prevedibile e dalla piattezza di un immaginario che è la copia della copia della copia di qualcosa che ormai non ricordiamo neanche più.
Sulla stessa falsariga prosegue la scaletta: Dove non batte il sole, Grattacielo, la terribile Tre metri sotto terra al cui confronto i testi dell’ultimo Jovanotti sembrano quelli di Piero Ciampi; in Cercasi amore si tenta la carta rock con esiti da boy band anni Novanta, Gas cerca di recuperare un certo mood da “guardate come sono vintage”, mentre Bacio illimitato ha il merito di porre fine a questi 33 minuti che sembrano 333 per l’ascoltatore, ormai precipitato in un piano di riferimento alternativo. Pare che Settebello sia stato concepito dopo estenuanti ascolti della discografia di Gino Paoli e Paolo Conte. Marzullianamente, inviteremmo Galeffi a farsi una domanda e a darsi una risposta.
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