Recensioni

Davvero poco da dire sul percorso artistico dei Gang Gang Dance. Gente che si è reinventata ad ogni disco con una verve creativa che sa di sperimentazione molto più di qualunque nerd ripiegato sugli effetti. Considerato il fondamentale turning point del precedente Saint Dymphna i newyorchesi erano attesi al varco del quinto disco per testimoniarne lo status di culto. Il passaggio a 4AD aiuta non tanto in quella direzione, quanto sotto il lato distributivo e del marketing, perché di fatto vendere questi GGD qui diventa una questione sostanzialmente diversa da quella che si poteva dare anche solo con l’ultimo lavoro (i precedenti sono davvero tutta un’altra faccenda…).
Il cambio di pelle cominciato con l’ep RAWWAR e proseguito con Saint Dymphna si completa definitivamente con Eye Contact che si incarica di inquadrare la band newyorkese sotto una lente che piega le venature psych e dub degli esordi sotto una spessa nervatura fatta di umori etno, venature world, con il piglio dance mai così pronunciato, finendo col diventare una sorta di strana fusione kitch tra M.I.A. e le vecchie suggestioni etno di gente come Loop Guru e Transglobal Underground. Effetto finale? Un maelstrom stordente e ridondante, eccessivo e ricolmo di cattivo gusto anni ’80 che a sentire il primo singolo Mindkilla, i Crystal Castels in confronto sembrano i profeti della nuova era. Il martorio costante a base di synth e ritmica sostenuta impasta tutto il disco in una sorta di continuum da cui diventa difficile estrapolare singoli momenti cardine.
Saint Dymphna ragionava maggiormente sui brani, qui tutto tende alla contemplazione dell’affresco nella sua interezza. I momenti migliori sono quelli dove ancora dimostrano di saper disegnare jam psichedeliche potenti e visionarie: Glass Jar e Adult Goth. Ma non tutto sul disco viaggia su questi livelli. Su Chinese High ascoltiamo Lizzi Bougatsos che si trasforma in una sorta di strano ibrido tra Natacha Atlas e Shakira e forse è meglio stendere un velo pietoso sui goffi tentativi soul di Romance Layers. Suggestive le ipotesi di etnica garbage e postmoderna di Thru And Thru con il refrain new wave ad innestarsi sulla base mediorientale, come se i Depeche Mode di Violator fossero cresciuti a Damasco o in qualche sperduto villaggio siriano. Certo, con i GGD non ci si annoia mai, ma stavolta l’impressione è che abbiano esagerato e il risultato è un disco molto più caotico e meno a fuoco del precedente che già faceva della sua non risolutezza la sua ragion d’essere.
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