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5.0

La storia la conosciamo, e comincia in un anno cruciale: il 1977. Anche l’ubicazione geografica in cui tutto nasce è affatto casuale: Leeds. I Gang of Four sono l’emblema dell’impegno politico trasfuso nella new wave, un connubio che nasce dalle ceneri del situazionismo punk e abbraccia l’impegno ideologico: la cosiddetta “onda rossa” del post punk. La loro capricciosa parabola inizia con una curva ascendente: a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli Ottanta, esce Entertainment!, disco-manifesto di sonorità dirompenti e inedite: capolavoro di asprezza, tutto spigoli, freddezza e raziocinio, zero effetti, durezza passivo-aggresiva. Un clamoroso successo che li porta nell’olimpo del cosiddetto funk-punk, anomala derivazione della nuova onda cui vengono associate anche le sperimentazioni stilistiche dei Talking Heads e del Pop Group. Poi, dopo il buono ma non ottimo Solid Gold, un progressivo declino: gli anni ottanta e i Novanta significano sostanzialmente, per Andy Gill e soci, una lenta e inesorabile discesa nell’oblio, con una produzione incapace di eguagliare l’acume creativo degli esordi e l’esito prevedibile di una sonora rottura, inutilmente ricucita negli anni 2000.

E se nel frattempo sono stati in molti a pagare il proprio tributo a un genere che di fatto era stato inaugurato dalla banda dei quattro (dai Red Hot Chili Peppers ai R.E.M., passando per le reviviscenze new wave di inizio millennio, dagli Interpol ai Rapture), quella dei Gang of Four ha assunto sempre di più le sembianze di una creatura tenuta artificialmente in vita. Dopo l’abbandono di Dave Allen e Hugo Burnham, e poi anche di Jon King, Gill rimane da solo nel portare avanti un progetto che continua a mostrare tutti i propri limiti.

Questo Happy Now, che esce a meno di un anno di distanza dal deludente Complicit EP, sembra esplorare, nuovamente senza troppa consapevolezza, i territori della musica sintetica contemporanea, con rimandi trasversali (talvolta, ci spiace dirlo, fin troppo maldestri) al pop e a certa dance-tronica d’autore (David Byrne, St. Vincent, Perfume Genius, Sky Ferreira). Il tentativo sarebbe pure di per sé pregevole, almeno in potenza, perché piuttosto che assecondare la retromania dilagante, resuscitando stilemi passati e riproponendoli pedissequamente ad un pubblico assetato di passatismo, Andy Gill prova a misurarsi con qualcosa di diverso, tentando di attualizzare la propria storia. Peccato che difficilmente quei tentativi vadano a segno e ci restituiscano un ascolto di qualità: la produzione suona scadente, dozzinale, stereotipata.

Oltre alle discutibili scelte stilistiche, a riproporsi è altresì la fin troppo facile invettiva contro Trump e l’ossessione per la di lui figlia, che dopo aver campeggiato sulla copertina del precedente lavoro, qui ritorna protagonista di un intero brano (Ivanka – My Name’s On It). Davvero troppo poco per non farci rimpiangere, una volta di più, quello che è stato: lo “spettacolo militante” (la citazione è di Simon Reynolds), cede il posto a una caricatura bolsa, appesantita, stanca.

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