Film

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Ormai dovrebbe essere data per scontata la morte del genere biblico al cinema. Gli insuccessi, non solo di pubblico ma anche e soprattutto di critica, di esempi recenti quali Risorto, Noah e Exodus – Dei e re, sono lì a testimoniare il tramonto di una stagione lunga e prolifica che trova le sue origini agli albori del cinema stesso, da Intolerance del padre del cinema moderno David W. Griffith al più che prolifico operato di Cecil B. DeMille (I dieci comandamenti). Quell’epica dello stupore unita all’ossequioso rispetto per la divinità e – in senso lato – per la spiritualità religiosa è figlia d’altri tempi che i lungometraggi contemporanei non sono mai riusciti ad attualizzare o ad amalgamare al gusto odierno, compiendo anzi operazioni fintamente trasgressive (La passione di Cristo e il già citato Noah) o troppo pedantemente filologiche (Gesù di Nazareth); nemmeno il cinema indipendente americano ha saputo imprimere una cifra stilistica concreta al genere, con l’esempio del blando Last Days in the Desert pronto a ripetere tutti i suoi trucchi da Sundance presso il grande pubblico.

Arrivati così a Maria Maddalena, la scelta a cui affidare il racconto sulla controversa figura delle Sacre scritture è ricaduta su Garth Davis, artefice di quel pasticcio melenso di Lion – La strada verso casa, che per mettere in scena la storia di Helen Edmundson e Philippa Goslett utilizza lo stesso metro stilistico, con un occhio fin troppo particolare verso il paesaggio in cui si svolge l’azione (principalmente Matera, Gravina e Trapani). Quella che avrebbe dovuto essere la redenzione del personaggio di Maria Maddalena, che per secoli è stata accusata di adulterio e prostituzione, diventa nel film di Davis una figura angelica e primo vero “apostolo degli Apostoli” privo di qualsivoglia sfaccettatura o stratificazione drammaturgica. Se il volto e le movenze di Rooney Mara giustificano ampiamente questa voglia di riconsegnare alla storia una verità a lungo taciuta, non lo è altrettanto la pellicola al cui interno il suo personaggio vaga costantemente troppo schiava della figura del Cristo – malamente interpretato da Joaquin Phoenix, il cui talento è qui messo a freno proprio da una regia senza guizzi e ripetitiva fino all’inverosimile.

Complici anche le enormi voragini narrative della scrittura, Davis si rende conto forse un po’ troppo tardi delle lungaggini inutili di cui la sua pellicola è satura e affretta repentinamente il punto d’arrivo con quella che è probabilmente la Passione più corta della storia del cinema. Per una rielaborazione contemplativa degli anni di Cristo e della figura angelica di Maria di Magdala sarebbe stata più utile la visione di Terrence Malick (già abile nello sfruttare l’ambiguità dello sguardo di Rooney Mara nel bellissimo Song to Song), ma nelle mani di Davis non si avverte mai l’intenzione di costruire qualcosa che vada al di là del semplice didascalismo e revisionismo storico (con tanto di sbandieramento riservato alla didascalia finale); non giova affatto, poi, la rivisitazione della figura di Giuda Iscariota (un ottimo Tahar Rahim), personaggio chiave, ma qui ridotto a grossolano stereotipo narrativo, così come le complessità psicologiche di Pietro (Chiwetel Ejiofor) appaiono fin troppo manifeste e urlate per suscitare un coinvolgimento duraturo nello spettatore.

16 Marzo 2018
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