Recensioni

6.9

Non dev’essere facile mettersi nei panni di Gary Numan. Riconosciuto come pioniere del pop elettronico, emerso alla fine degli anni Settanta con i Tubeaway Army e Are Friends Electric? (campionata parecchi anni dopo dalle Sugababes per Freak Like Me), è stimato da colleghi come David Bowie, Prince e Kanye West, è amico di Alan Wilder, ispiratore tanto di Trent Reznor quanto di Lady Gaga, ma la critica non ha perso occasioni per bastonarlo, anche ingiustamente. Ha continuato a guardare avanti anche quando i suoi colleghi vivevano di rendita nei tour-nostalgia (ha ceduto solo nel 2010, con la riproposizione integrale dal vivo di The Pleasure Principle), eppure per molti lui resta “quello di Cars“, canzone che negli States ebbe ancora più successo che in Inghilterra. Colpa forse del suo carattere schivo, di una timidezza che all’esordio fu un bel problema (come oggi ammette nelle interviste), della sua insicurezza che lo spinge da sempre a filtrare e modificare elettronicamente la propria voce. Erano sette anni, inoltre, che non si faceva vivo, escludendo la parentesi di Dead Son Rising che raccoglieva idee rimaste nel cassetto e rielaborate per la fanbase più tenace: questo perché non se l’è passata molto bene, il buon Gary, sotto antidepressivi nel bel mezzo di una crisi di mezza età, e la gestazione del nuovo Splinter si è rivelata dunque lenta e non priva di intoppi. Il sottotitolo del disco, Songs From A Broken Mind dice parecchio sul suo calvario degli ultimi anni, sulle sue difficoltà nel risollevare le sorti della propria vita coniugale e sull’accettare il ruolo inedito di padre di famiglia. Sono canzoni terapeutiche, queste, che affrontano i demoni di petto e che partono quasi da appunti scritti su un Moleskine – e sono quanto di più introspettivo Numan abbia mai scritto in una carriera che procede ormai da trentacinque anni.

Ade Fenton condivide con Gary la cabina di regia e, come ci si può accorgere ascoltando il risultato finale, gli ha dato i consigli giusti. La voce è meno artefatta del solito, e alcune canzoni sono provini limati quanto basta per non perderci in spontaneità (ad esempio Lost, nata come molte altre al pianoforte); alle tenebre industrial alla Nine Inch Nails di Here In The Black si alternano sapienti tour-de-force al limite della dance come Who Are You e Love Hurt Bleed, quasi una più trascinante rilettura di A Pain That I’m Used To dei Depeche Mode, in un album che vede la melodia riconquistarsi il ruolo meritato di protagonista. I sintetizzatori e la chitarra di Robin Finck (NIN, Guns ‘n Roses) si compenetrano in I Am Dust così come in We’re The Unforgiven, altra chicca affettuosamente depechemodiana (stavolta dalle parti di Barrel Of A Gun). Una menzione a parte la merita il brano di chiusura, My Last Day, che è stato ispirato dall’incontro con una signora a Los Angeles – città in cui nel frattempo l’artista si è trasferito – che stando alla prognosi sarebbe potuta morire da un momento all’altro. “Le parlai a lungo, e il suo era un coraggio incredibile che io mai avrei avuto“.

Tornato in pista dopo molto tempo, Gary Numan promette di terminare i lavori per una colonna sonora e di partire per un tour che lo terrà occupato per due, massimo tre settimane alla volta per poter occuparsi dei suoi figli, e di comporre una canzone nuova durante ogni settimana di riposo dalle fatiche “live” in modo tale da poter avere un altro album pronto per la fine del 2014 o all’inizio dell’anno successivo. Intanto, Splinter è un disco adulto, un arcobaleno dopo una tempesta, che ci restituisce un artista in più che discreta forma.

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