Recensioni

Debbie Ocean, sorella minore di Danny, ha pianificato un colpo da centinaia di milioni di dollari: rubare la preziosa collana di Cartier che l’attrice Daphne Kluger indosserà durante il Met Gala di New York, solo per vendicarsi dell’uomo che cinque anni prima l’aveva tradita e spedita in cella. Non esattamente la trama che ci saremmo aspettati da un film come Ocean’s 8, che almeno sulla carta avrebbe potuto (o dovuto?) ribaltare certe dinamiche sessiste e annullare gli squilibri di genere nel cinema d’intrattenimento hollywoodiano. Impegno “politico” ai minimi storici insomma, con un team creativo che sembra essersi limitato a ripetere perfettamente la stessa formula della serie originale – quella lanciata nel 1960 da Colpo Grosso e riavviata nel 2001 da Steven Soderbergh (che qui rimane solo come produttore) – copiando perfino le inquadrature e le dinamiche fra i personaggi (il look, l’affiatamento, l’ironia e il carisma delle otto attrici è innegabile).

Fin qui niente di male, anzi, l’operazione chiarisce da subito le proprie intenzioni senza fermarsi troppo su discorsi che cerca volontariamente di evitare (tranne quando Sandra Bullock dice di preferire un team di donne perché queste, al contrario degli uomini, vengono ignorate, «e noi vogliamo essere ignorate»), lasciando che la storia vada altrove. Proprio dove era più scontato che andasse, ma pazienza. Gary Ross, che è stato il regista del capitolo inaugurale di Hunger Games – quello più grezzo e anche più riuscito – ce la mette tutta, affinché lo spettatore affezionato alla trilogia di Ocean con George Clooney e Brad Pitt non avverta la differenza: ritmo, fascino, divertimento, intrigo, prove a ostacoli, cast di stelle azzeccatissimo; uno scarto che invece sarebbe stato necessario per comprendere quanto la nuova ondata di produzioni al femminile possa guadagnare in originalità oppure rivelare che non esiste affatto il fattore di genere, ma soltanto correnti storiche a cui aggrapparsi.

E il problema è che qui il piano di indipendenza e rivendicazione delle donne viene tradito dalla cosa più importante: la motivazione del colpo, il sottomettersi della protagonista Debbie a una subordinazione sessuale vecchia e retrograda. Fosse stata un’altra la spinta, e non questo atteggiamento vendicativo che il cinema da sempre affianca ai personaggi femminili, avremmo perdonato a Ocean’s 8 ogni leggerezza nella sceneggiatura, l’inspiegabile screen-time di Cate Blanchett (presente in pochissime scene), il suo strizzare l’occhio in maniera evidente agli originali senza neanche provare a trovare una sua chiave di lettura.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette