• set
    21
    2018

Album

Anti-Ghost Moon Ray Records

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A quattro anni di distanza da Unflesh, Elizabeth Bernholz torna con un folgorante saggio elettro-industrial sulla malaise britannica ai tempi della Brexit. Complice il suo recente trasferimento dall’oasi liberale di Brighton alla campagna inglese, Gazelle Twin appende al chiodo l’apparato concettuale splatter/genderfuck dell’ultimo periodo e si trasforma in un inferocito giullare, determinato a decostruire e dissacrare il mito di un’idillica Old England. L’ascesa di nazionalismo ed estremismo di destra degli ultimi anni fa da inevitabile sfondo al progetto, iniettando un pervasivo senso di claustrofobia nei quattordici brani di Pastoral. «My eyes are stinging / My ears are ringing / My hands are tied and I can’t get out of here», sussura un’indiavolata Bernholz nel singolo Hobby Horse. Alternando caustici j’accuse di stampo politico e bizzarri “reportage”, in Pastoral Bernholz esprime un personale senso di spaesamento e ci riporta, satirizzandolo, il vociferare tradizionalista ascoltato nelle piazze e tea rooms di periferia. Un po’ alla maniera del Fad Gadget di Incontinent, che nel 1981 vestiva i panni del burattino Punch per ridicolizzare il conservatorismo dilagante nell’era di Margaret Thatcher, le scenette multiprospettiva di Bernholz cercano un punto d’incontro tra il terrificante e l’esilarante.

Le nuove composizioni di Gazelle Twin, pur continuando a essere rapide, nauseabonde incursioni a metà strada tra electro, wave e industrial, raddoppiano in teatralità e ambiguità. Le sonorità esagitate di Unflesh tornano in molti dei brani, accompagnate da una predilezione per linee vocali genderless e ultra-distorte. In linea con il concept del disco, Bernholz esaspera il contrasto tra contemporaneità e tradizione, accostando manipolazioni digitali a interpretazioni al limite dell’aulico. Nella caleidoscopica Mongrel il verso chiave dell’album «What species is this? / What century is this?» viene mugugnato in un mare di distorsioni, mentre in Folly compare sia in veste robotica che operatica. Il trasformismo di Bernholz è proprio una delle componenti vincenti del disco: in Tea Rooms la sua voce abbandona effetti e riverberi e si addolcisce per confidarci, paradossalmente, la riflessione più deprimente del lotto («I don’t know what I am living for»). Altrove (Sunny Stories, Old Thorn) Bernholz alterna a opprimenti vocals post-umani eteree interpretazioni à la Elizabeth Fraser. Il picco di questo approccio chiaroscurale è Dieu et mon droit, in cui sembra di sentire un’eco della prima, più bucolica Kate Bush, dispersa in un martoriante arpeggio synth. «Eating from bins outside supermarkets / Kicked into the curb like empty Coke cans»: una sorta di Delius (Song of Summer) aggiornata all’era delle food banks?

I riferimenti al folklore diventano orrorifici anche nella strumentazione: alle consuete, esagitate percussioni e asfittiche texture synth tipiche di Gazelle Twin, Bernholz aggiunge rapide, processate melodie al flauto dolce e al clavicembalo, quasi a voler trasformare i due strumenti in simboli di un tradizionalismo guardato con sospetto e pertanto inserito nell’universo sonoro di Pastoral per creare un effetto di straniamento (un escamotage comparso di straforo anche in un altro fondamentale disco post-Brexit di quest’anno, The Smoke di Lolina). Il contrasto funziona a meraviglia nella punitiva Better In My Day, in cui le acute note al flauto accentano i versi «Much better in my day / just look at these kids now», ridicolizzandone la retorica da “saggezza popolare”. In Dance Of The Peddlers dei perforanti flauti aleggiano su un recalcitrante beat trap, mentre in Over The Hills, in chiusura, da una magmatica, post-apocalittica coltre ambient spunta la voce di un burattinaio che intona il tradizionale brano folk Over The Hills and Far Away. Ascoltando e ri-ascoltando l’album è possibile apprezzare l’ingegnoso processo di ricerca e sperimentazione musicale intrapreso da Bernholz per dare corpo alla sua visione artistica e critica. Nel grottesco microcosmo di Pastoral Bernholz riversa angosce e frustrazioni per lo status quo, ricorrendo alla satira come arma per il contrattacco. La sua teatrale, asfittica elettronica pesca da un immaginario folk horror per dichiarare uno stato di allerta.

29 Settembre 2018
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