Recensioni

Concluso il tour di Selling England By The Pound, a partire da giugno del ’74 i Genesis si chiudono nel ex-ricovero di Headley Grange, a Headley, un edificio di tre piani adibito a sala prove, e di registrazione, non solo infestato dai ratti ma lasciato in condizioni igieniche disastrose dai precedenti inquilini rock. Per fare un po’ di gossip, i Led Zeppelin ci registrarono in parte dischi eccezionali come III e IV, e Houses Of The Holy; fu in loco che Robert Plant scrisse quasi interamente Starway To Heaven, così come il brano di apertura di Zoso fu intitolato Black Dog per la presenza di un randagio di quel colore.
Ai problemi strutturali si aggiungono quelli personali, dato che alcuni membri del gruppo si trovano ad affrontare delicati problemi familiari con figli a carico e cause di divorzio in corso. Anni dopo Tony Banks ricorderà quel periodo come il peggiore mai trascorso con i compagni. Eppure in quegli stessi mesi ha maturato l’ambizione di registrare un doppio vinile, un obiettivo che di fatto coronava quanto prodotto fino ad allora: dopo aver ottemperato in modo superlativo alla prova della suite (Supper’s Ready), il passo successivo non poteva che essere il concept album. L’idea di partenza arriva da Mike Rutherford che avrebbe voluto utilizzare Il Piccolo Principe, l’arcinoto libro per bambini scritto da Antoine de Saint-Exupéry, ma – fortunatamente – Gabriel si oppone.
Il cantante ha in mente qualcosa di ben più complesso e articolato: una storia di formazione che, in modo allegorico e psicanalitico, tratta di problemi più concreti e profondi rispetto ai cieli del Piccolo Principe, cieli nei quali Gabriel aveva in precedenza piazzato figure ben più oscure e complesse (vedi alla voce Watcher Of The Skies) di quelle che “turbavano” le innocenti fantasie del dinoccolato bassista. La determinazione del frontman nel portare avanti la propria idea porta a una sorta di dicotomia, fisica e logistica: da una parte c’è lui, per la prima volta e in totale solitudine a scrivere i testi; dall’altra Banks, Hackett, Collins e Rutherford, spesso assieme nello stesso spazio a occuparsi di ogni aspetto musicale e tecnico.
Separati in casa dunque, anzi in sala. Una scelta che porta inevitabilmente a momenti di frizione, dacché talvolta il cantante non è in grado di consegnare puntualmente i testi e in altri casi si rifiuta di accettare i consigli dei compagni. Il picco di insofferenza all’interno del gruppo culmina in una plateale interruzione delle session, con Gabriel a mollare gli altri nel bel mezzo del processo di composizione per dedicarsi alla sceneggiatura di un film per conto del regista americano William Friedkin (L’esorcista). Banks, Rutherford, Collins e Hackett lo metteranno davanti a un bivio, con lui impettito a comunicar loro di aver deciso di fare il grande salto ed entrare nel mondo del cinema. Fortunatamente il flirt avrà vita breve, si tratterà della classica “fuitina”, anche perché Peter, sedotto e lusingato, viene altrettanto velocemente scaricato. Eppure, una volta ripresi i lavori, non tutto andrà per il meglio, anzi, con la moglie Jill alle prese con una difficile gravidanza, Gabriel si troverà costretto a fare il pendolare tra Londra e l’East Hampshire, e questo aggiungerà tensione al già complicato clima all’interno della formazione. Sarà la goccia che farà traboccare il vaso e porterà all’addio del cantante poco tempo dopo la fine delle registrazioni.
Trascorsi tre roventi mesi a Headley Grange, la band si trasferisce nella tenuta di Glaspart Manor, nel Carmarthenshire, in Galles, dove sistema lo studio mobile di registrazione della Island, compresi due registratori 3M a 24 piste che in quel momento rappresentano il meglio dell’hi-tech. Con i cinque ragazzi ci sono John Burns, fidato co-produttore dai tempi di Foxtrot, e David Hutchins come fonico. Le tracce di base vengono registrate velocemente, in due sole settimane. I problemi sono legati ai testi sui quali Gabriel ancora si incaglia. Ma alla fine il cantante produce una tale quantità di parole che deve chiedere alla band di scrivere delle parti musicali aggiuntive (The Carpet Crawlers e The Grand Parade Of Lifeless Packaging nascono così). Finito di registrare gli strumenti, il missaggio e le parti cantate vengono elaborate a Londra, negli studi della Island dove la band, per sovraincisioni e post produzione, e per mantenere fede alla data di uscita prevista – novembre –, deve sottostare a serrati ritmi lavorativi.

The Lamb Lies Down On Broadway nasce e si sviluppa sotto i peggiori auspici: tra incomprensioni e problemi di varia natura, ritardi e fughe, rifiuti e obblighi. Ciononostante, o forse proprio per ‘merito’ della tensione accumulata e poi sfogata nella creazione artistica, si tratta dell’ennesimo lavoro che scavalca i precedenti. Già, perché The Lamb Lies Down On Broadway non solo affianca in una ipotetica classifica di merito Selling England By The Pound, ma col passare degli anni, e probabilmente per più di una incollatura, lo supera.
. Con stile diverso. Con modalità differenti per approccio e identità sonora. Ma di fatto lo sorpassa. A fine 1974, più o meno nel periodo che viene identificato come l’inizio del declino del progressive, alle orecchie meno attente The Lamb Lies Down On Broadway appare come un disco di normale amministrazione. Ma ci sono segni evidenti di rottura col genere, sia per quanto riguarda le parole sia sotto il profilo strettamente musicale.
Basterebbe citare Back In NYC, la cui violenza dei testi è pari alla foga degli strumenti: ipnotica in un loop di tastiere soffocanti, un basso monolitico e martellante, un riff di chitarra elettrica grave e oscuro. Le parole invece hanno la forza dirompente del punk che è ancora di là da venire, al punto che parole così abrasive potrebbero rappresentare il vero, autentico, seme britannico del genere che soppianterà proprio il prog rock: “I don’t care who I hit, I don’t care who I hurt, I don’t care who I do wrong” canta Gabriel; non mi frega di chi colpisco, a chi faccio male, con chi mi comporto in modo sbagliato. Parole sputate con rabbia senza precedenti, violente, che provengono dalla band, tra quelle di punta del prog, ritenuta la più docile, la più romantica (King Crimson o Van der Graaf Generator al confronto sono considerati dei “duri”).
La storia di The Lamb a grandi linee: i cavalieri illuminati dalla luna sono stati presi a calci in culo da Rael, un portoricano non solo rappresentante di una minoranza ma anche un disadattato di stanza in un circondario che sconfina nel simbolico e nell’onirico ma perfino nella mitologia (The Lamia). Una storia senza soluzione, al cinema direbbero dal finale aperto, che contiene gli elementi del sogno, della parabola morale, ma anche ciò che era emerso sin dai tempi di Foxtrot: critica al consumismo, alla imminente globalizzazione, agli idoli fallaci di un mondo dove i confini tra illusione e realtà sono sempre più fittizi, dove essere e apparire si fondono perdendo di contorno e significato. Un doppio album di una tale ricchezza di spunti, sia lirici che sonori, da dare il capogiro.
Un disco che non a caso influenzerà generazioni di musicisti che col progressive c’entrano come i cavoli a merenda e anche meno. Poi, se la critica microcefala non trova bersagli più facili da colpire che faccia pure: The Lamb Lies Down On Broadway è ancora lì, a decenni di distanza, a suonare come se fosse stato pubblicato ieri. Le critiche che ha ricevuto – invero poche rispetto alla grandiosità del disegno – sono polvere che si confonde con lo smog, residui di carta straccia dei cui autori nessuno ricorda più il nome. La vittoria di una settimana/un mese (la critica negativa su un magazine) rispetto al trionfo di qualcosa che rimane sotto la pelle dei fan dei Genesis e nelle storia della musica rock per sempre. La stessa struttura del disco va oltre quello che ci si aspetterebbe per colmare un doppio album di progressive rock: guardate gli Yes, 4 brani per 4 facciate e Tales From The Topographic Oceans è servito.
I Genesis solo un anno dopo registrano 23 tracce, due sole delle quali superano gli 8 minuti. Una lo fa per 6, mentre tutte le altre canzoni hanno la durata media di un singolo. Eppure sono così aderenti, l’un l’altra, che insieme hanno la massa di un buco nero fatto delle spirali di un vinile. Non c’è nulla fuori posto e non manca nulla per la massima soddisfazione del prog nerd più incaponito, e allo stesso tempo ci troviamo elementi avulsi che vanno dalla sperimentazione di The Grand Parade Of Lifeless Packaging (con la partecipazione di Brian Eno) all’hard evoluto di Lilywhite Lilith, dal rumorismo di The Waiting Room al ‘heavy liquido’ della magnifica Broadway Melody Of 1974, dal ambient/soundscape di Silent Sorrow In Empy Boats e Ravine al sorprendente inno prog/disco di It.
Su tutto, Gabriel canta come mai prima ha fatto e mai dopo farà. Forse questa è la sua prova più grande. Verrebbe da dire che ci sia più Gabriel qui che nei suoi stessi album da solista. Anche la copertina segna un sorta di rito di (momentaneo) passaggio: via gli affreschi favolistici, i collage surreal/rinascimentali, al loro posto si staglia una realtà più cruda, in bianco e nero, con il nome della band scritto in un font differente. Tanti saluti a Paul Whitehead dunque, altro giro di pagina, con l’artwork affidato allo studio di Storm Torgherson, la Hipgnonis, che imperversa in quegli anni e sigla le copertine delle band più importanti.

Il singolo che anticipa l’album è Counting Out Time / Riding The Scree e viene pubblicato il 1 novembre 1974. The Lamb Lies Down On Broadway – che l’etichetta considera anche come due singoli album da fare uscire a distanza di sei mesi l’uno dall’altro – viene invece pubblicato il 18 novembre, pochi giorni prima dell’inizio del tour di supporto. Nonostante il prezzo, il lavoro si impone in fretta come il disco più venduto dei Genesis fino a quel momento, raggiungendo il gradino n° 10 nella classifica britannica e, cosa anche più difficile per una formazione inglese ma soprattutto per un disco così poco americano, attestandosi al n° 41 della classifica di Billboard. Una montagna di disco che partorirà il secondo topolino, il singolo The Carpet Crawlers / The Waiting Room (The Evil Jam), il lato B in versione live, nell’aprile 1975.
Tanto impegnativo e difficile quanto la realizzazione del disco, il tour di The Lamb non sarà meno ambizioso. Tra Europa, Usa e Canada la band si esibisce per ben 102 date in cui esegue interamente il doppio disco assieme a un paio di classici (nei bis). È l’apoteosi (schermi per la proiezione di diapositive, laser, costumi ecc.) ma anche l’abisso. Alla fine della lunga serie di concerti, in cassa, la formazione si ritrova con un rosso di 220.000 sterline, e tutto questo a fronte di un disco fenomenale che sta vendendo benissimo e un trionfo ai botteghini con critiche entusiasmanti, pubblico in delirio ecc. E se questo inciampo è un classico della storia del rock’n’roll (e delle sue rocambolesche finanze) c’è anche un altro problema, e ben più serio dell’aspetto economico: durante gli show è la vista ad avere il sopravvento sull’udito. Tutti – media e fan – sono lì per Gabriel. I Genesis sono diventati per la gente la sua band, concetto che comincia a irritare gli apparentemente imperturbabili Banks e Rutherford e non fa certo piacere neppure a Collins e Hackett.
Con gli equilibri interni irreparabilmente compromessi, quello che accadrà di lì a poco non sarà meno coerente e spettacolare di quanto la musica non abbia fin qui espresso. Gabriel coglie quel preciso momento storico per uscire di scena. Ma d’accordo con gli altri non ufficializzerà la notizia fino a quando il degno sostituto non avrà un nome. E così accade: a giochi fatti la notizia viene resa pubblica dalle colonne del Melody Maker per mezzo di una lettera aperta – intitolata Out, Angels Out – nella quale il frontman spiega, con maestria da enigmista, le ragioni della separazione. È il 6 settembre 1975, una data che i fan, sgomenti, ricordano ancora.
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