• Mar
    08
    2019

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Columbia Records

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Mike Levy, ovvero Gesaffelstein, lo avevamo conosciuto sul finire degli 00s, al tempo in cui cavalcava abilmente l’ennesima ondata electro del decennio, combinandola con sfumature darkwave e attitudine Big Room. Tutto ciò prima che nel 2011 collaborasse con The Hacker – figura di riferimento per il producer francese – e l’anno successivo venisse assoldato da Kanye West per Yeezus. Da quell’anno in poi le sue quotazioni schizzano in alto, tanto in alto quanto in maniera inversamente proporzionale sono crollate la genuinità e il taglio crudo dei suoi primi lavori. L’esordio sulla lunga distanza, Aleph, pubblicato nel 2013, nonostante alcuni pezzi interessanti, scorreva senza guizzi: tanta classe e maniera, ma nulla più. Il discorso potrebbe proseguire speculare anche a proposito di questo nuovo lavoro lungo, Hyperion, pubblicato da Columbia, e che prevedibilmente si concentra sul pop. Basta leggere in tracklist i nomi coinvolti tra i featuring: da The Weeknd a Pharrell Williams fino alle Haim, e lo stesso The Hacker, per accorgersi dell’ambizione che si cela dietro a una proposta del genere. Con il primo, il Nostro firma un pezzo, Lost In The Fire, orecchiabile e destinato a girare in heavy rotation per qualche settimana: le oltre 43 milioni di visualizzazioni per il video su Youtube lo confermano, ma è tutta roba piuttosto telefonata: Weeknd va in automatico, ci mette la sua solita patina malinconica e il classico coretto nell’hook, Gesaffelstein stende un tappeto tra ambient e breakbeat. Compitino.

Pharrell, che ti aspetteresti solare e giulivo su un giro funky, è invece chiamato a esibirsi in un pezzo synth pop altrettanto scuro, basato su un severo arpeggio sintetico. Neanche a dirlo, la sua Blast Off suona come un brano studiato a tavolino. Nelle intenzioni: una versione dark di Get Lucky dei Daft Punk di RAM. E le stesse considerazioni le possiamo applicare anche alla riflessione arty delle Haim in So Bad, dove stile e patina mostrano una confezione posticcia, o al richiamo all’electro-pop kavinskiano di Forever con ospiti The Hacker e la voce dreamy à la Twin Peaks di Bronwyn Griffin degli Electric Youth. Tra un minimalismo arpeggiato a là Terry Riley (la title-track) e una telefonata citazione bladerunneriana (Ever Now), sempre calate in studiate atmosfere tra sci-fi e distopia anche le tracce strumentali in cui, esclusi il buon flirt con il cyber hip-hop (Reset), l’electro più spinta (Vortex) e una buona partitura drammatica (Memora), l’impressione è che a mancare sia un genuino afflato creativo, la vera passione per questa materia.

Il ritorno del francese con Hyperion, titolo del romanzo di fantascienza pubblicato nel 1989 dallo scrittore statunitense Dan Simmons, si inserisce perfettamente in questa nuova (ennesima) ondata di revival 80s, molto trendy, molto di massa, che da Hollywood arriva a Netflix incrociando villeneuvelandia. Eppure Levy più che sentirne l’urgenza, questo lavoro sembra esserselo auto-commissionato.

11 Marzo 2019
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