Recensioni

7.1

Un trip di neri di Staten Island in guerra contro la famiglia mafiosa De Luca per il controllo di una Sicilia anni ’60 che ricorda però l’America del Padrino, così come quella di altri mille crime movies: questo è quanto si ascolta nel bel disco sfornato dalla strana coppia Ghostface KillahAdrian Younge. Per chi ancora non lo conoscesse (è uno dei produttori più hot del momento), Adrian Younge è un musicista e compositore che sta realizzando i sogni di tutti i crate diggers del mondo: dopo aver sfornato la colonna sonora per il blaxploitation Black Pyramid in pieno stile 70s funk, rieditata poi nel bel disco Something about April lavorato col cantante della storica band Delphonics, riesce anche a collaborare con uno dei più importanti wu-membri in circolazione.

Non è un caso che la storia sia ambientata in Italia, perché Younge unisce alla sua passione per la black music dei gloriosi Settanta una sorta di ossessione per le colonne sonore italiane di vecchi film horror e crime italiani che sfocia in una venerazione per il Maestro Morricone. La vocazione cinematica di Younge, già produttore di colonne sonore, porta a un livello ancora più alto il grado di transmedialità che ha sempre caratterizzato le uscite del Wu-Tang. L’album è basato su un concept che è un fumetto, che a sua volta è ispirato ai film anni Settanta, la cui colonna sonora è l’album stesso.

La storia è semplice e, come ci ha ben abituato RZA, è un sorta di delirio post-tarantiano. Solo che al posto del solito ninja meet gangsters in New York, stavolta Tony Stark è in guerra con la mafia stessa: “Basically, I get involved with the mafia and making money, then I start fuckin’ one of their bitches, and they don’t like that shit. They fuck around and kill me, but before they kill me, we’re going to war and all this other shit. So they got me, killed me, threw me into a pot of vinyl and melted me down, and now every time someone plays that record, someone gets killed off—you know what I mean?” Purtroppo la capacità evocativa degli strumentali David Axelrod plays Morricone di Younge sembra andare un po’ a discapito della libertà di Ghostface di raccontare storie. Non si può negare l’abilità del wu-veterano nel disegnare con le sue rime immagini tratte delle più classiche pellicole crime, ma al contempo avviene una curiosa inversione per cui sono più le parole a funzionare da abbellimento per la musica che il contrario.

Per quanto ce la si metta tutta per dipingere scenari variegati, non ci si può ritenere pienamente soddisfatti da un disco in cui la maggior parte dei testi sono glorificazioni di se stessi del tipo “Ghostface Killah’s back attacking villains, hanging from the ceilings /Godfather motives, / gangsta mentality/ Black superhero with the immortality” o dichiarazioni di morte. Storia a parte per il brano The Center of Attraction, inusualmente nella forma di un dialogo tra Ghostface e Cappadonna incentrato sull’amore di Tony Stark per la donna che lo tradirà a morte.

Nonostante questo piccolo problema Twelve Reasons è tra i migliori esempi di hip hop di classe in questo maledetto 2013, non troppo prodigo di uscite di questo tipo. Certo, non potrà essere sparato in macchina a tutto volume come Holy Grail, né citato all’infinito come Yeezus (“Put my fist in her like a civil rights sign/ And grabbed it with a slight grind/ And held it ‘til the right time”), ma rappresenta un hip hop infinitamente più educato, da ascoltare e riascoltare con attenzione per coglierne tutte le sfumature. Sarà forse una mossa di marketing astuta, ma rimane un po’ di amarezza nel constatare come uno dei dischi più interessanti uscito dal giro dei vecchi leoni del ’90s hip hop sia quasi tutto rivolto all’attenzione dei collezionisti di dischi, dei nostalgici, dei fan di Tarantino, slegandosi in gran parte dal suo luogo d’elezione, ovvero le strade della inner city lasciate alla mercé di artisti quali Chief Keef.

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