Recensioni

Se non conoscete Ghostface Killah (molto grave) basti sapere che è la voce della prima strofa di Bring da Ruckus, opening di un disco spartiacque come Enter the Wu-Tang (36 Chambers). Membro storico e tra i principali del Wu-Tang Clan, nonché uno dei più artisticamente prolifici anche al di fuori dell’enclave hip hop per eccellenza, eccolo ritornare dopo due anni in coppia con il produttore Adrian Younge per il seguito dell’ottimo primo capitolo di Twelve Reasons to Die.
Troveremo nel disco esattamente quello che ci aspettiamo, in scia all’episodio precedente: spazio quindi alle atmosfere post-tarantiniane che tanto sembrano affascinare i vari membri del Wu-Tang di recente – vedi gli spassosi, ma un tantinello autoreferenziali, deliri di RZA ne The Man with the Iron Fists. La consueta miscela di old school hip hop e amore per i kung fu movies si sposta infatti nuovamente in Italia per una (non) nuova storia di mafia che amalgama nel consueto e allucinato tripudio iper-citazionista mafia-movies, wuxiapian, pulp, omaggi al cinema italiano di genere cui si rifa in parte anche tutto il calderone dell’Italian Occult Psychedelia (quindi gli spaghetti western di Leone e Corbucci e gli horror di Argento, Bava, Fulci e compagnia) e la solita blaxploitation.
Younge è chiaramente uno sfegatato fanboy di Morricone, e tutta l’atmosfera del disco sembra un malato ma assai elegante crossover tra Il Padrino, Resevoir Dogs e Grosso Guaio a Chinatown. Sul raffinato tappeto strumentale Ghostface sale al solito in cattedra con la sua sempre strabiliante abilità nel raccontare storie, per un risultato finale che riesce ad essere un trip immaginifico altamente suggestivo e un saggio di eleganza hip hop d’alta classe, educato e raffinato. Niente di nuovo sotto il sole, ma con vecchi leoni come Coles è sempre un (gran) bel sentire.
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