Recensioni

Dopo l’hype iniziale seguito allo sperimentale esordio, la virata elettronica di Some Say I So I Say Light e l’approccio in chiave rock-blues di Shedding Skin, il britannico Obaro Ejimiwe, ovvero colui che si cela dietro il moniker di Ghostpoet, decide di riportare tutto a casa lasciando confluire questo lungo percorso di ricerca ed elaborazioni in una summa di suoni diventata Dark Days – Canapés. L’attesa per il suo quarto lavoro in studio, prodotto da Leo Abrahams (noto per le sue collaborazioni con Brian Eno e Jon Hopkins), è di quelle che si riservano ai dischi in grado di far compiere il definitivo salto in avanti verso una più compiuta e definitiva maturità artistica, e per larghi tratti è proprio questo che il cantautore ci offre.
Accanto ai suoni trip hop, all’incedere blues e ai tagli elettronici, il Nostro conferma un mood introspettivo, disperato e melanconico (si ascolti la vaporosa End Times), politicamente militante (il tema dei rifugiati affrontato con rabbia in Immigrant Boogie), scaltramente ironico (Freakshow), allargando lo spettro a ritmiche jazzy, appoggiando la sua voce baritonale sul suono del gruppo diventato sempre più parte integrante nel progetto. Più solido e definito, sostenuto da chitarre oblique e da un piano incalzante, il poeta urbano che per due volte ha sfiorato il Mercury Prize guarda agli ultimi Talk Talk e impreziosisce di corollari funk e afro il suo ricettacolo post-dubstep.
Figlio legittimo degli scossoni politici dello scorso anno, Dark Days – Canapés è un disco ricco di soluzioni e infatuazioni, una produzione che ha finalmente trovato la sua chiave per una messa a fuoco più lucida e lineare, sacrificando però qualcosa in termini di originalità e brillantezza, e lasciando ancora più spazio ad una prospettiva del tutto personale che se su disco mostra ancora qualche limite, dal vivo assume un sapore molto più compiuto.
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