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Dopo tre album autoprodotti e pubblicati assieme alla 900 Band, Giacomo Toni, pianista romagnolo, classe 1983, arriva con Musica per autoambulanze, primo album nominalmente solista che racchiude 12 brani collocabili tra la canzone d’autore più tradizionale e un riuscito gioco pop-jazz.
A dispetto di un’opening track – Se ti vedo – dalle atmosfere soffuse e immalinconite (che potrebbe far presagire l’ennesimo emulo di quel romanticismo nostalgico e adolescenziale à la Vasco Brondi), il cantautorato di Toni, come dimostra la successiva L’autoambulanza, si muove disinvolto tra le pieghe di un’irriverente cinismo, sempre in bilico tra frenesia swing ed eleganza jazz. E sarà forse anche perché lo scorso anno il musicista di Forlì ha deciso di intraprendere una serie di concerti in cui lo omaggiava assieme a Lorenzo Kruger dei Nobraino, ma certo è che la presenza di Paolo Conte e del suo ghigno baffuto riecheggia spesso in tutto l’album: un’influenza che ricorre, appunto, soprattutto nella stessa sorniona ironia, come accade nel piano-voce teatrale di Come una specie di mezzo matto o nella sghembo blues/declamazione di Un bevitore longevo. Una giornata difficile, invece, costruita sul morbido contrappunto tra voce e trombone, riporta dentro i binari di una scrittura più tradizionale, anche se è sempre costante la voglia di cercare soluzioni, se non del tutto originali, quantomeno personali e inconsuete. Maledizione riformula il paradigma della canzone d’amore attraverso un languido jazz che esplode in un finale rumorista attraverso l’intreccio di piano, sax e trombone, che mette in mostra la buona capacità di Toni di giocare, soprattutto a livello di scrittura, con rimandi e influenze, come conferma anche la verve caposselliana di Le macchine vedovi. Un ultimo esempio per ribadire che il maggior pregio di Musica per autoambulanze è, da un lato, una certa classe nel riprendere e reinterpretare le immancabili influenze cantautorali – in cui, oltre a Conte, figurano anche Jannacci e Buscaglione -, unita, dall’altro, alla capacità di costruire testi mai banali, in cui acume e sberleffo, poeticità e disillusione, si mischiano abilmente.

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