Recensioni

7.4

Non ha perso tempo Giancarlo Frigieri a dare un seguito alla svolta in italiano de L’età della ragione. Tanti anni ci sono voluti per decidere quel passo da lui ritenuto difficilissimo, tanto urgente sembra oggi la voglia di dare voce al mix di sentimenti che gli si agitano dentro, come se avesse finalmente trovato il codice più efficace o forse quello più giusto. C’è uno sgomento arrabbiato, c’è sarcasmo disarmante, c’è il bisogno di recuperare poesia attraverso il pessimismo, l’amarezza, lo sdegno. Soprattutto, c’è il bisogno di cantare come atto improcrastinabile, meno liberatorio che accusatorio, più cerebrale che viscerale, come gesto che stabilisca le distanze tra sé e tutto il resto e quindi definisca il Frigieri (l’uomo prima che l’artista) come sensibilità disallineata, (e quindi) viva.

Molto più propensa al cantautorato che al rock, e non solo per la veste perlopiù acustica (a proposito, molto belli gli interventi al flauto di Max Marmiroli e all’organo di Federico Barbieri). Se avverti un po’ del piglio Giorgio Canali (soprattutto nella title track e Le disgrazie), a prevalere è però un incedere narrativo vicino al miglior Vecchioni o se preferite a un Guccini più asciutto, scomodando altrove il Gaber più lirico (nella trepida L’ipotesi) ed il De Gregori arguto (Colleghi). Per non scordare l’immancabile De André (palpabile in Canzone del 9 novembre) e fermi restando i rimandi al folk d’oltreoceano (particelle Steve Wynn e Bob Dylan in La vita che ti ha scelto).

Disco fieramente, lucidamente, sprezzantemente obsoleto. Che l’autore ha provveduto a stampare anche in formato vinile 180 grammi. Più o meno imperdibile.

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