Recensioni

6.4

Esiste una continuità evidente tra il lavoro di Gianluca De Rubertis ne Il Genio, progetto in vita dal 2006 e chissà se ormai concluso, e questo primo album solista Autoritratti con oggetti. I punti comuni sono sicuramente almeno due: il primo è il modo in cui il cantautore pugliese (milanese acquisito) delinea il rapporto con la donna – tra diatribe, scontri e seduzioni – facendo capo, almeno nella volontà, a un'ironia che si prende gioco di quelle che da secoli sono le solennità del rapporto di coppia. Era così con Pop-porno, filastrocchesca rimostranza di una Lolita cresciuta che piagnucola perché il suo uomo preferisce i porno in tv a lei, salvo poi farla sentire magicamente una donna eroticamente appassionata col potere di poche paroline d'amore; è così in questo disco dove la parola "oggetti" del titolo potrebbe essere – e le foto di copertina e del libretto lo dimostrano – sostituito dal termine "donne". Autoritratti con donne (forse una sola, preferibilmente molte) che hanno quella capacità di mettere in crisi il nostro artista da giovane, il quale però, in fondo in fondo, riesce a tenersi sempre un po' più lontano/umano, mentre là, pochi passi indietro c'è l'oggetto col quale autoritrarsi. L'altra cifra comune è chiara e riguarda la forma più che l'essenza: le volontà vintage – così la chiameremo – di ricalcare ancora quella dimensione a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, fatta di giacche di velluto e camicie dalle fantasie romboidali, immaginarie carte da parati, farfisa, pianoforte, immancabile fumo blu di Gitanes e Gainsbarre con Melody Nelson tutto solletico che diventa risata e poi eros ansimante. 

De Rubertis si culla sull'onda di un passato malandrino e musicalmente irripetibile avvalendosi del talento di bravi musicisti (tra gli altri Enrico Gabrielli, Gianluca Gambini, Rodrigo D'erasmo e la sorella Matilde, già con lui negli Studiodavoli) e riuscendo a dare vita a un disco di grande impatto sonoro. Uno spin off sentimentale di un tempo musicale che non esiste più e che qua riesce a tornare vivo tra fiati, archi arrangiati con rara perizia e un'attenzione al particolare retrò quasi maniacale.

Se con il primo lavoro de Il Genio parlare di duetti alla Gainsbourg era cura per l'estetica più che dell'ascolto, qua i suoni del francese sono ricalcati in modo quasi manierista. Ciò che manca a questo disco, a partire dal singolo Mariangela, è un buon lavoro su testi che invece rasentano di continuo il più terribile imbarazzo: giochi di parole prevedibili e un po' ridicoli vanno a scontrarsi con l'ostentata sensualità che ben conosciamo, della bella voce di De Rubertis.

Un gioco Dada? Lo straniamento? Non si sa. Quel che è certo è che manca tutta la sostanza narrativa che un progetto cantautorale come questo, con suoni di questo tipo e ambizioni estetiche così alte, dovrebbe come minimo possedere. Quasi impossibile prendere questi testi sul serio o goderne come si godeva dei divertissement de Il Genio. Lo scontro testo/musica è piuttosto violento e il fatto che si canti in Italiano, è chiaro, non aiuta. 

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