Recensioni

Parafrasando Forrest Gump, ascoltare un album di Howe Gelb equivale ad aprire una scatola di cioccolatini. Non sai mai bene cosa farà costui e come lo farà: un pregio proprio dell'indole arruffata e spontanea di chi sa sfruttare il momento e porge gemme che scavano come formiche nella terra: calme, tenaci e figlie del genio. E anche di un caso piegato splendidamente dentro rock turgidi (Thin Line Man) oppure aciduli (Monk’s Mountain), dentro serafiche istantanee (Better Man Than Me) e ballate da deliquio (Fields Of Green), dentro un jazz come lo suonerebbero Thelonious Monk da un lounge-bar di provincia (Chunk Of Coal) o un giovane Waits già “out” (Time Flies). Se non che talvolta l’approssimazione butta lì robetta che confonde e addirittura irrita: se Howe rifinisse e scartasse, rischieremmo però di perdere personalità e magia.
Così è trascorso un quarto di secolo, oggi festeggiato con l’accasarsi alla Fire avviando un interessante piano di ristampe e questo album nuovo di zecca. Che manco a dirlo è amorevolmente sconclusionato, svolto tra canzoni odorose di nottate spese a guardare le stelle e levare sabbia dai cardini con qualche amico – la band danese che lo ha accompagnato dal vivo di recente – e poco che soccombe alla svagatezza (il girare a vuoto di Brand New Swamp Thing, una Spell Bound col pilota automatico). Per il resto, solo assi di cremosa narcolessia che diresti scritti ed eseguiti da visionari assonnati (The Last One, No Tellin’) e che mai scambieresti con belle forme senz’anima. Sommate a quanto sopra, a una sublime Ride The Rail più realista di Re Johnny Cash e allo struggente commiato Love A Loser, danno una sostanza che non gusti spesso. Altri venticinque anni come questi, Mr. Gelb.
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