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6.4

A sessant’anni suonati e a quindici dall’ultimo album, Gil Scott-Heron si presenta con un’opera sincera e urgente lontana anni luce dal jazzfunk/protorap che lo ha fatto entrare nella storia (The Revolution Will Not Be Televised, 1971) e dalle rotondità popsoul sposate negli anni Ottanta con pezzi come la bellissima Legend In His Own Mind. Torna allo spoken con cui aveva cominciato, ma al posto della rabbia giovane c’è la consapevolezza saggia e rassegnata di chi ne ha passate tante.

Scarno nei suoni, spelacchiato – ma orgoglioso – nella voce come nell’aspetto, apre con Robert Johnson (Me and the Devil, col presenzialista Damon Albarn alle tastiere) e prosegue un viaggio austero e umanissimo a suon di chitarre acustiche e scenari elettronici che guardano al trip-hop, produzione del boss XL Richard Russell. È nella veste più cantautorale che Gil eccelle, vedi la title-track, non a caso un pezzo di Bill Callahan del 2005, vedi il jazz bluesfumoso di I’ll Take Care Of You, pezzo classico di Brook Benton già fatto suo da uno dei Mark Lanegan più belli di sempre. Ma anche l’urban-gospel di New York Is Killing Me non scherza.

Meno di mezz’ora per una prova asciutta asciutta il cui scopo principale è dire che Gil c’è ancora, leone spelacchiato ed eroico, tra stanchezza, rendita e sprazzi di magia.

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