• Feb
    07
    2020

Album

XL

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«International Anthem is rewriting the rules of Jazz», un’affermazione mica da poco, ancor più perché apparsa qualche settimana fa sulle pagine patinate e griffate Condé Nast di Pitchfork. Nel corso degli ultimi anni, International Anthem non solo ha dato voce alle migliori pulsioni della nuova scena jazz americana, ma ha anche consolidato il proprio catalogo con nomi già affermati della scena di Chicago, come il cornettista Rob Mazurek (Exploding Star Orchestra, Isotope 217, São Paulo Underground e Gastr del Sol), Jeff Parker (Tortoise e quasi tutti i progetti appena citati qui su) e Damon Locks. Però è sulle nuove leve che la label ha lavorato tanto, facendo lavoro di ricerca e promuovendo due tra i fenomeni più brillanti e freschi degli ultimi tempi come Jaimie Branch (la preferita dei due patron ed ex punkettoni McNiece e Allen) e Makaya McCraven. ­Una ventata di novità quella portata dall’etichetta chicagoana, alla faccia dei vecchi barboni del jazz “colto” di alcuni ambiti nostrani, sostenitori del jazz di comodo e troppo distratti da finanziamenti pubblici e marchette varie per capire quello che succede realmente fuori dai salotti e dagli uffici dei politici di turno.

Reduce dal bagno di critica arrivato per il suo ultimo lavoro Universal Beings, McCraven nel 2020 si butta in uno dei progetti forse più difficili della sua, seppur giovane, carriera: rileggere Gil Scott Heron. E non un disco qualsiasi, ma quel I’m New Here che dieci anni fa fu il testamento spirituale e politico di Heron, che da lì a poco (nel 2011) sarebbe scomparso. Il quesito fondamentale da porsi – e con cui sicuramente lo stesso McCraven si è confrontato – in operazioni come questa è sempre il solito: è possibile migliorare un disco, nella sua essenzialità, già perfetto? La risposta è sì, soprattutto se si affronta con il rispetto che il batterista di Chicago ha avuto in questa serie di “reimmaginazioni”, in cui il suo intervento è sempre raffinato, sempre giusto e mai banale. Coadiuvato da Jeff Parker, Brandee Younger e Junius Paul, il polistrumentista/produttore McCraven dona nuova linfa a quei testi che, in origine, erano accompagnati da basi elettroniche, riportando quindi Scott Heron a quelle sonorità che avevano caratterizzato la sua fase più jazz, quella in collaborazione con Brian Jackson.

New York is Killing Me da spiritual di strada diventa un tripudio di latin jazz, mentre The Patch (Broken Home Pt.2) è un bluesaccio tanto essenziale quanto efficace e Where Did The Night Go (con un campione di flauto preso da una composizione del padre Stephen, già batterista di Archie Shepp e Sam Rivers) con il suo ossessivo drummin’ in controtempo diventa addirittura più bella dell’originale. Ma è con I’ll Take Care of You e This Can’t Be Real che McCraven compie il vero miracolo, superando di slancio le precedenti versioni. Impressionante.

Totalmente diverso dall’omaggio che Jamie XX compilò nel 2011 e che sembra a confronto, un mero album di remix, We’re New Again è il miglior tributo che si potesse fare per un disco della caratura di I’m New Here. Makaya McCraven, con quest’opera, scrive una importantissima pagina della sua carriera, creando un precedente con cui, inevitabilmente, dovremo fare i conti.

 

17 Febbraio 2020
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