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7.0

Le strade di Ginevra Di Marco e Cristina Donà si sono incrociate varie volte in passato, soprattutto grazie a Stazioni Lunari, lo spettacolo al confine tra musica e teatro ideato da Francesco Magnelli che negli anni ha visto coinvolti – oltre alla Di Marco – nomi quali Paola Turci, Massimo Zamboni, Sara Loreni, Max Gazzé e Carmen Consoli tra gli altri. Tra questi altri, appunto, c’era spesso la Donà, una frequentazione che deve aver cementato la vicinanza con Ginevra, tanto dal punto di vista artistico che da quello della pura e semplice amicizia. Seguo entrambe dall’inizio della loro carriera, apprezzandole in egual misura, sia pure per motivi comprensibilmente diversi. Della Di Marco amo la generosità dell’interpretazione e l’amore trasversale per forme espressive popolari, quel suo beccheggiare tra latitudini e tradizioni che, grazie alla (super)visione sonora di Magnelli, tende sempre a una sintesi contemporanea. Di Cristina ovviamente mi è sempre piaciuto il percorso più rock, la grana inquietante della voce che negli anni ha saputo riposizionarsi in territorio più cantautorale, con felici escursioni – sempre più estese e stanziali – dalle parti del pop “alto”. Le ritenevo insomma piuttosto diverse, abbastanza da non prendere neppure in considerazione l’ipotesi di un disco in comune. Da ciò la mia grande sorpresa quando ho letto la notizia che, beh, invece sì, ci sarebbe stato un disco in cooperazione e, tanto per ribadire, intitolato coi loro nomi.

Alla prova dell’ascolto, viene da dire che si tratta di un incontro avvenuto con grande naturalezza. Entrambe si dimostrano a loro agio in area “pop d’autore evoluto”, un pop cioè attento alla densità del testo e alla pregnanza delle melodie. Il terreno comune – quello che da sempre caratterizza la Di Marco e a cui la Donà tende ormai da un pezzo – è la suggestione, il calore atmosferico, la migliore sintesi possibile tra forma accattivante e sostanza non sempre comoda, non sempre accomodante. Pensato alla maniera dei benemeriti LP, vede un “lato A” dedicato a quattro pezzi composti per l’occasione (in realtà sono tre più il traditional La rosa enflorence), mentre il “lato B” recupera due canzoni dalle rispettive discografie, riadattandole al presente connubio. Proprio questo secondo lato rivela forse il tema forte e vero del progetto, che pone l’accento sull’esplorazione di una femminilità densa, esoterica, complessa e preziosa, da opporre alla brutalità sbrigativa e semplicistica (e pervicacemente maschile) dei tempi. Più che amicizia, si profila una sorellanza (Così vicini, che nell’ultima strofa diventa – giustamente – «così vicine») che si propone come mezzo di contrasto umanistico, riscoprendo assieme alla femminilità la ricchezza trasversale e incommensurabile del corpo, superando la dicotomia moralistica con lo spirito (le meditazioni sul tema della maternità in Perpendicolare e J) per riscoprirsi abitanti stupefatti e smarriti di un mondo i cui confini non possono che essere convenzioni (vedi 1/365, colta dal primo album dei P.G.R., testo di Ferretti: «poi spunta il sole / denso il mondo e piu’ leggero / fragile instabile / rido e mi dispero»).

Tema che ritorna in Confine, uno dei tre pezzi nuovi, testo di Francesco Gazzé (fratello e collaboratore di Max) dedicato ai migranti – anzi, a ciò che li muove, quei desideri che diventano passi – messicani, per una ballata elegante e grave che riporta a certi languori Fossati («giuro che se l’America è vera, io sarò vela e tu vento del mare»). Sfoggia eleganza anche Camminare, tastiere cremose e le chitarre a intagliare un bel cartiglio d’accompagnamento che rimanda al miglior pop-rock radiofonico nella cuspide tra 80s e 90s, su cui le voci azzeccano belle sovrapposizioni e una melodia ariosa, senz’altro meritevole di airplay (chissà cosa ne penseranno i compilatori di playlist estive). Il tema – sempre quello del ritorno alla consapevolezza di sé, corpo e spirito al ritmo della natura – viene calato sul tavolo fin dalla opening Un passo alla volta, che sorprende con un up-tempo sintetico e sincopato – come ne abbiamo risentiti talvolta nel repertorio Donà – su cui le strofe architettano un tema circospetto, appeso a un senso di gravità problematico, che poi va a sciogliersi in un lungo chorus liberatorio prima del lirismo trattenuto del finale.

I nomi di quanti hanno lavorato al disco contribuisce a consolidare il senso di incontro, di fusione: ci sono ovviamente Magnelli (piano, magnellophoni), Andrea Salvadori (chitarra, tzouras), Luca Ragazzo (batteria) e Saverio Lanza (chitarra, basso), vale a dire una sintesi dei rispettivi storici collaboratori. Le due “visioni” sembrano insomma essersi calate l’una nell’altra come se non avessero atteso altro, come se lo avessero sempre fatto. Ecco un possibile difetto: si sente la mancanza dell’azzardo, di uno scarto, il passo verso qualcosa di ulteriore. Musicalmente insomma non si va oltre una piacevole somma delle parti, tenendo conto però che l’insieme è “il bisogno di trovare un senso”, l’emozione “che ci muove”: e quello sì che ha un valore più grande. Davvero grande.

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