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7.0

Seguo da tempo ma da lontano Giorgia Del Mese. È abbastanza ironico perché la cantautrice di origine salernitana da un po’ di tempo ha posto base a Firenze, quindi siamo praticamente vicini di pianerottolo. Fatto sta che i suoi tre album lunghi mi erano sembrati interessanti e potenzialmente in grado di far sbocciare una voce forte, ma appunto avevo la sensazione che si fermassero alla potenza e non trovassero il solco giusto in cui far scorrere tutta quella voglia d’esprimere, che andava a disperdersi in troppi rivoli, tra cantautorato (più o meno intriso d’impegno), rigurgiti post-punk e rimasugli di tradizione. Inoltre, se mi posso sbilanciare: c’erano troppi ospiti. Gli ospiti generano curiosità, attirano interesse, ma non servono alla causa della maturazione.

In questo Moderate tempeste invece Giorgia è sola, ad eccezione del sodale Andrea Franchi (produttore e polistrumentista) e della violoncellista Alice Chiari (davvero brava). Cinque canzoni, e in ognuna il senso preciso dell’obiettivo nel mirino. Canzoni in cui il cantautorato torna a indossare l’espressione grave e scoscesa del rock appena uscito dall’effervescenza cruda della Firenze wave. È quindi elettrico e sintetico, mira al petto con l’intenzione di provocare il tumulto dei punti di vista inconsueti, ma non si fa mancare lo sguardo atmosferico di chi intravede possibilità neo-romantiche tra “queste vedute di cemento armato su finestre”, come canta nella opening Le nostre tempeste, dove l’irruenza melodica di un Federico Fiumani s’infiamma in una efficace contesto cameristico/sintetico (da qualche parte tra i Giardini di Mirò e i Propaganda). 

Il segno sulla mappa è inequivocabile eppure non è algoritmico, prevede il rischio, il disequilibrio da anima esposta. Lo senti dal contrasto tra melodia e dissonanze in Quasi spettacolare, chitarra acustica e violoncello e nel mezzo una crudezza affranta à la Nada. Lo senti dall’inquietudine che rende vulnerabile l’up-tempo sferzante di Tutto qui, o l’oscillazione tra intimismo e rabbia in Non voglio niente, ballata a testa alta sul filo di una malinconia battagliera (“ho rotto tutto perché mi so aggiustare”). La sensazione quindi è che Giorgia Del Mese abbia deciso di incontrare se stessa in una zona franca non segnata sulle carte ma di cui ha ben memorizzato le coordinate, e che potrebbe consentirle margini di manovra assai interessanti. Come conferma la conclusiva Nessuna devozione, immersa in una penombra teatrale tra frinire di violoncello e un quasi-recitato, il piglio accorato e l’arrangiamento orientaleggiante a suggerire sovrapposizioni plausibili tra strategie sanremesi “alte” e synth wave evoluta.

In ultimo, ma non meno importante, c’è il fulcro concettuale attorno a cui ruotano i testi, riflessioni intense e senza sconti sul senso sclerotizzato dell’esistenza, sui percorsi obbligati che conducono nei vicoli ciechi di cui ti accorgi quando è ormai troppo tardi. Sono canzoni tese e oscure, però appassionate. Sembrano dirti che no, non c’è molto da stare allegri, ma non è ancora tempo di arrendersi. 

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