• Lug
    13
    2018

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Musicraiser

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Bella gente d’Appennino è un recital che Ferretti porta in giro da tempo, poi diventato un libro (che non ho letto) e infine, grazie a una campagna di crowdfunding, oggi anche un disco (che immortala fedelmente l’esibizione dello scorso 13 dicembre nella chiesa di San Pietro a Reggio Emilia). Rispetto al concept di qualche anno fa, quando lo spettacolo era strutturato su voce, canto e violino, la tessitura musicale si è arricchita (grazie a Paolo Simonazzi e ai due Üstmamò Ezio Bonicelli e Luca Alfonso Rossi) di fisarmonica, tastiere, una occasionale drum machine e soprattutto di una chitarra che, col suo grugnire elettrico caldo e posato, mai soverchiante, costituisce una sorta di sostrato irrequieto, il filamento ruggente che si agita dentro l’anima tenuta a bada.

Malgrado lo stesso Ferretti abbia dichiarato negli anni passati che ormai il suo cantare, il suo fare spettacolo, altro non è che un’attività mossa da fini utilitaristici, un onesto mestiere, tutto qui assume la dimensione dell’evento. Un evento fatto di parabole e cerchi che si chiudono, di conti che giungono alla resa, di luoghi e ricorrenze, di memoria che raddensa nel conferimento di senso operato dalla narrazione. La chiesa, ad esempio, è la stessa che vide Ferretti tornare a calcare un palcoscenico nel 2011 dopo il “ritiro” del 2009, ritiro che aveva fatto di lui una sorta di Celestino V del punk-rock italiano. Quanto alla data del concerto, data che nel calendario cristiano prevede la celebrazione di Santa Lucia, innesca rimandi a un passaggio cruciale dello spettacolo, quello in cui Ferretti narra le faccende misteriose del padre e del fratello, impegnati ogni 13 dicembre ad apparecchiare in casa una sorta di tavolo dell’accoglienza per i viandanti, rito che nel suo reiterarsi costituiva la tessera di un più ampio ciclo di devozione capace di unificare “il passato e l’eterno”, di contribuire al senso del passaggio terreno e dello stesso agire umano. Proprio come fa o dovrebbe sempre fare l’agire artistico, che è (dovrebbe essere) misterioso di per sé, o al contrario non essere.

Ecco, di questo disco, di questa documentazione live non edulcorata, priva di ritocchi cosmetici, abitata quindi da imperfezioni e incertezze, mi sembra con ciò di avere detto la cosa più importante. Musicalmente, la scarna pregnanza degli arrangiamenti si rivela adeguata al senso di implosione e rinculo temporale, così come del resto il tono austero delle interpretazioni vocali, ma in tutto ciò non si avverte nulla di nuovo, nulla di rilevante in definitiva. Ferretti si impadronisce delle canzoni (soprattutto di quelle del periodo CSI) e le immerge nel racconto, un memoir nello stile noto del Nostro, scolpito cioè nella pietra del ricordo autobiografico senza additivi né preziosismi, fornito per così dire di lirismo naturale, lasciato a significare in purezza, lasciando cioè che a significare sia la persistenza plastica di corpi e voci nella stanza della memoria.

Tuttavia, qualcosa di rilevante accade: mentre procede il racconto, capisci che Ferretti sta fornendo molte risposte alle domande che in tanti gli hanno posto e si sono posti sul suo conto, sulla sua scomoda conversione che ha obbligato i fan (o simpatizzanti semplici) a riposizionare le proprie idee rispetto a un’intera carriera. Personalmente, non nascondo di aver provato fastidio per l’avvicinamento di Ferretti a personaggi politici lontanissimi – per orientamento culturale e ideologico, o anche solo per il modo di porsi e agire – dal patrimonio di lucidità, intensità e sensibilità che innervava il repertorio CCCP e CSI (includerei anche il lavoro solista Codex e in parte quanto fatto coi PGR). Mi ha particolarmente infastidito, sì, il modo in cui Ferretti si è prestato a fare da icona culturale per una parte politica che è stata ben felice di utilizzarlo in tal senso, di trattarlo come un figliol prodigo che rinnega le intemperanze sinistroidi, facendo perno grossolanamente (e con ciò mortificandoli) sui motivi per cui l’artista Ferretti è importante per il suo pubblico, sui motivi per i quali ha significato e (quindi) significa. Ma sulle motivazioni umane che hanno portato alle sue scelte, alla sua conversione, non voglio e non posso dire nulla. Non posso che rispettare il suo percorso.

Cosa fare quindi dell’amore per ciò che è accaduto tra Affinità e divergenze (1985) e – volendo essere generosi – D’anime e d’animali (2004)? Non so bene, ma in ogni caso è un problema mio e non di Ferretti Giovanni Lindo, nato a Cerreto Alpi nel 1953. Intanto però questo disco, questo recital, fornisce un po’ di materia utile alla riflessione. Perché se è vero che quel mistero di cui sopra è ingrediente necessario alla sostanza espressiva, l’espressione avviene attraverso un’illuminazione di questo mistero, sia pure parziale, fugace, equivoca. Il raccontare di Ferretti, il suo insistere sull’essere “vivo tra i morti”, testimone di eternità ovvero del bisogno di cucire il presente col passato per rifornire di senso il divenire, fa interpretare il suo gioco punk degli Ottanta (l’acciaio sovietico preferito alla plastica USA) e l’intensità del cantautorato rock dei Novanta (lo sguardo piantato nella frattura tra Storia e Pietas) come tappe dello stesso percorso che lo vede oggi accartocciarsi nella fede (nei codici e nella condotta della fede) per sottrarsi alla legge dell’effimero pervadente, del sensazionalismo a perdere che sostanzia lo zeitgeist contemporaneo.

Si può non essere d’accordo col punto di vista attuale di Ferretti (io, ad esempio, non lo sono), ma alla luce di quanto appena detto è difficile negare che nella sua rotta ci sia della coerenza, malgrado le deviazioni e il senso – il rischio – di deriva. Soprattutto, con questo disco musicalmente vivo e coeso ma non sorprendente, puntuale e ispirato ma tutto sommato “di mestiere”, Ferretti non sembra voler giustificare né appagare la sua persistenza artistica, ma sostanziarla. Sembra cioè tentare di darsi un senso, riuscendoci. Potenza dello storytelling, d’accordo: sta di fatto che l’inattualità sonora del Ferretti contemporaneo diventa in tal modo ingrediente stesso della sua rilevanza, il segno di un (r)esistere alternativo, scollegato, asincronico e distaccato che, piaccia o no, possiede la lucidità e il coraggio di rappresentare una visione critica e persino conflittuale, allestita bontà sua anche – ancora – attraverso canzoni che “non hanno finito ciò che hanno da dire”.

Questo disco, che non possiede le qualità formali per lasciare il segno sul presente musicale, anche perché non si preoccupa minimamente di farlo, riesce comunque a essere vivo e potente, a significare, suggerendo con ciò che nella ricerca spasmodica di evidenza – in un fronte sonoro caratterizzato dalla compresenza simultanea di tutte le possibili forme e declinazioni musicali – la sostanza può ancora rappresentare una chiave di accesso, un viatico, un metodo. Così come, di conseguenza, la costante riarticolazione del repertorio, a cui assegnare e chiedere un contributo ulteriore di senso. «Per me / Per la mia vita che / È tutto quello che ho / È tutto quello che io ho e non è ancora / Finita».

19 Luglio 2018
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