• Mar
    22
    2019

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Universal

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Quella di Giovanni Truppi è una carriera dalle mille forme, che andrebbe analizzata nella sua totalità con la dovuta attenzione e dedizione. Sempre pronto ad abbracciare il rinnovamento, Truppi non disdegna un viaggio attraverso la tradizione della canzone italiana, aggiornandola con sfacciataggine e personalità, ora adoperando le armi del jazz-melodico (C’è un me dentro me), ora di un punk dalla scorza infantile e dal cuore puro (Il mondo è come te lo metti in testa), rivestito da un afflato cantautorale importante il cui culmine, così grezzo e artigianale, era stato raggiunto nell’eponimo Giovanni Truppi, sintesi logorroica e poetica di un artista, di un anti-personaggio pronto a intervenire improvvisamente con il suo lato disperato e romantico e a ripiombare nell’anonimato subito dopo. Non è mai stato interessato alle logiche di mercato il Nostro, e nemmeno questo suo esordio con Universal può vantare un arrivo pubblicizzato in pompa magna, ma si riserva il lusso di farsi scoprire lentamente, tra le pieghe nascoste della scena indie all’italiana (detta così sembra quasi una definizione dispregiativa, ma lo diciamo senza malizia alcuna).

Fin dalle premesse, Poesia e civiltà si presenta come un discorso scisso e coerente insieme su un certo modo di fare musica. Due mondi che Truppi ha corteggiato per anni e che oggi rappresentano la sintesi più precisa della sua cifra stilistica inconfondibile. La profezia della fine di una condizione di pensiero prima ancora di quella di uno stato sociale (Borghesia) in qualche modo è la diretta conseguenza, virata verso un pessimismo ancora più profondo e solenne, dei moniti di Lettera a Papa Francesco I e Conversazione con Marco sui destini dell’umanità. Non tutto il male vien per nuocere, in quanto le difficoltà possono essere il motore per un riavvicinamento, per una rinascita umana, di dignità, in cui passato, presente e futuro diventano parte di un unico disegno difficile da comprendere in due, ma non impossibile (Conoscersi in una situazione di difficoltà). Si percepisce, quindi, a ogni strofa, il bisogno di condividere i propri sentimenti con una seconda persona, che può essere sia un semplice interlocutore che la nostra anima gemella, di cui si ritiene fondamentale il punto di vista, perché esterno al nostro, il quale rimane vittima di un soggettivismo angosciante; una gabbia che non si vede l’ora di distruggere.

La riflessione politica si fa ancora più esplicita rispetto al passato – un culmine sancito dalla messa in musica del testo dell’antropologo Lewis Henry Morgan in Ancient Society – con i due episodi sopracitati e con la bellissima Le elezioni politiche del 2018, colpevoli di aver portato probabilmente indietro il Paese di parecchi anni («Era inverno ad aprile…») e di aver innescato nella generazione senza futuro una serie di considerazioni riguardo a tutte le proprie azioni, salvo poi confermare la propria impotenza («nascondendo la paura che quello che gli rimaneva fosse troppo e troppo poco per una rivoluzione»). Su tutto però aleggia un sentimento (nuovo) di poesia (appunto), che ben definisce il cambiamento di linguaggio prima ancora che metrico dello stesso Truppi. Il suo è un dialogo tra il se stesso di oggi e il bambino di ieri, tra ricordi di infanzia e voglia di intimità (Quando ridi, Ragazzi), tra turbe e digressioni tardo adolescenziali (I miei primi sei mesi da rockstar), tra l’amore per Battiato – sia quello più sentimentale (Mia) che quello sperimentale e oscenamente pop (Adamo) – complice nel rendere evidente anche il lato più metafisico di questo disco, quello capace di relazionarsi a una sfera dell’umano ancora aperta alla pura immaginazione/introspezione. Così nella già citata Adamo possiamo tornare indietro alla cacciata dal Paradiso del primo uomo, mentre in L’unica oltre l’amore il mistero è rappresentato da qualcosa che tutti conoscono o che saprebbero riconoscere ma a cui non si è in grado di dare un nome, e che ci lega in una sorta di coscienza collettiva.

Un po’ come il simpatizzare con un autore che non ha l’arroganza e l’ego richiesti oggi per apparire tra le figure dei vincenti, quelli dei grandi numeri, delle rotazioni radiofoniche a ritmo continuo. Non si capisce bene il perché, ma sappiamo di essere dalla parte giusta. Stai andando bene, Giovanni…

 

3 Aprile 2019
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