• Set
    01
    2011

Album

True Panther

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Complice l’hype attorno alla vita spericolata di Christopher Owens (cresciuto nella setta americana Children of God e poi "riscattato" da un milionario…), una manciata d’oppiacee ballad country pop tra le più strafatte e sublimi degli ultimi anni, nonché i conturbanti videoclip (Hellhole Ratrace, Lust For Life) che hanno forgiato un immaginario tra Lynch e Van Sant, il debutto Album era finito, sparato come un proiettile, in dozzine di top ten di fine anno.

Rolling Stone, Spin, Pitchfork, Pop Matters e molte altre testate straniere avevano perso la testa per quell’album e fatto quadrato attorno all’eppì successivo, Broken Dreams Club, mini che aveva accompagnato le precoci star in un tour mondiale culminato nel festival svedese Way Out West dove abbiamo avuto la possibilità di vedere e apprezzare la band allargata on stage.

Il segreto del loro successo, su disco come dal vivo, risiedeva in una sintesi folk-pop semplice ed efficacissima: 100% americana nel diluire il calore dream-pop, psych e shoegaze nel comfort dei sixties, ma universale nell’infonderci malinconie e tristezze post-adolescenziali. Di più – e più in profondità – dedicando idealmente le loro canzoni alla più tipica delle province americhe bianche e omofobe, i Girls (parallelamente, per certi frangenti, ai The Drums) approfondivano un percorso meta- sul classico graffittismo USA, mettendone in piazza il disfacimento e l’anomia rispetto gli aspetti più tipicamente sbandierati dall’establishment repubblicano.

Ai pilastri del Bush pensiero – la famiglia, i figli, la religione, petrolio e corporazioni -, e pure alle menate di sangue e terra che c’è toccato sorbirci nello spielberghiano Falling Skies, Owens oppone ora una propria intima ricerca, una trinità di Padre, Figlio e Spirito Santo attraverso un album che è, ancora e innanzittutto, la testimonianza delle grandi capacità di sintesi della mente del duo.

I Girls continuano a rappresentarsi come alt-cowboy in disarmo (Magic), ma questa volta circuitano la storia del rock con grande estro: innestano i seventies nei sixties principalmente, l’hard rock nell’acid rock (un riff alla primissimo Tommy Iommi in Die), ma non solo, troviamo in tracklist anche il Paisley degli ‘80 nel r’n’r dei ‘50 filtrado qua e la da un immaginario collettivo da La Bamba (Honey Bunny), l'indie-hard-psych degli Smashing Pumpkins (Alex) e persino i Pink Floyd, quelli della grandeur gospel-rock e quelli più bluesy-coriacei del Gilmour solista (ascoltati di recente nell'album di Jonathan Wilson).

Le ballad rimangono il punto forte e i nuovi gioielli si chiamano How Can I Say I Love You, Just A Song, Forgiveness, Love, Like A River, Jamie Marie quando il classico tout court è Myma, forse il capolavoro arrangiativo dell’intero disco: una ballad sospesa tra pastoralità CSN, refrain Crazy Horse e una dissolutezza dentro i ranghi che è tutta un omaggio a Gram Parson (e come dimenticarsi di lui e del suo epigono Evan Dando) calato nei citati smalti soul-proggy floydiani.

Le liriche, infine, completano un album strumentalmente già magnifico: l’immaginario vansantiano di Vomit (“Nights I spend alone / I spend them running around looking for you, baby”), la polvere di stelle Kevin Ayers di Just A Song (“It just feels like it’s gone, oh it’s gone, gone away / Seems that nobody’s happy now / Feels like nobody’s happy now” (Just A Song), oppure la semplicità sublime della citata Myma dal lato lyrics (“Oh God, I’m so lost / I’m here in Darkness”).

Con l’esordio non erano finiti nella top ten di fine anno di sentireascoltare. Con Father Son, Holy Ghost sarebbe delittuoso che non lo fossero. Una grande band i Girls. Con Ownes maturato sia nell’intonazione sia nella prosa sospesa che già faceva scintille nell’esordio. Un classico, insomma.

15 Settembre 2011
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album

Girls

Father, Son, Holy Ghost

artista

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