Recensioni

Con un disco ogni cinque anni i Girls In Hawaii hanno rischiato seriamente di mettere a repentaglio la carriera, a causa anche di un pubblico così ingordo e senza memoria che vorrebbe un disco ogni anno, una foto al giorno su Instagram e un aggiornamento su Facebook ogni mezz’ora. Ancor più serio, ai fini della carriera, è stato l’incidente automobilistico che nel 2010 ha tolto la vita al batterista Denis Wielemans, fratello del cantante Antoine. All’epoca il gruppo sembrava incamminato verso un percorso di scomparsa, sebbene non si sia mai parlato apertamente di scioglimento, ma quella tragedia ha cementato nuovamente rapporti umani e artistici. Tornata la voglia di lavorare insieme a nuove canzoni, ecco che nell’arco di un paio d’anni si arriva agli undici episodi di Everest. Dovrebbe essere il “difficile terzo album”, ma gli autori non sono i tipici venticinquenni indie, piuttosto dei trenta/trentacinquenni di Bruxelles, lontani da hype anglosassoni e camerette americane.
L’opening The Spring non ha niente dei sentimenti colorati che associamo alla rinascita della natura in quella stagione. La voce di Antoine è un sussurro su un tappeto di field recording e accordi di pianoforte, in un’atmosfera cupa che non fa venire in mente alcun riferimento musicale tirato in ballo per i dischi precedenti: Belle And Sebastian, Grandaddy, per citare i più frequenti. Tutto il disco è freddo, verrebbe da dire, come se il ghiaccio dell’Everest del titolo lo avesse contaminato. Non si tratta di quelle atmosfere agrodolci à la Yo La Tengo, ma di un tenore piuttosto depresso e deprimente a sua volta, non solo sul piano del compatimento per la perdita improvvisa di un membro del gruppo. Che dire, infatti, dell’uso delle tastiere in brani come Misses o We Are The Living? Grasse pennellate synthetiche che fanno pensare a una brutta copia dei Muse, solo in un territorio più intimo. Le cose vanno meglio con i ritmi più elevati di Changes e Switzerland, ma c’è sempre di mezzo una produzione poco elegante, come se i synth li avessero dati in mano ai Tangerine Dream di fine anni Novanta o a un Mike Oldfield decaduto. Tacciamo su un titolo come Not Dead o sullo spoken word di Here I Belong (con la banalità del suo “all the fucking world”) e sottolineamo solamente come lo slow tempo finale Wars sia funestato da altri effetti da balera di righeiriana memoria che rendono il tutto un po’ straniante.
Se per la prima parte della loro carriera il gruppo belga ha potuto contare su un pubblico assetato della leggerezza dream del loro esordio e delle buone melodie del secondo, questa terza prova non all’altezza rischia di farli percepire ai più come uno dei tanti act da bedroom pop che hanno forgiato il proprio suono su quelle direttrici estetiche.
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