Film

Add to Flipboard Magazine.

Regista di svariati videoclip musicali – dai Negrita a Zucchero e Ligabue, passando per Skunk Anansie, Natalie Imbruglia e Keane – Giuseppe Capotondi ha esordito nel lungometraggio di finzione nel 2009 con La doppia ora, giallo dalle venature noir presentato alla alla 66ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. A dieci anni esatti da quella prima esperienza, il regista di Corinaldo ritorna proprio al Lido per presentare la sua seconda fatica, The Burnt Orange Heresy, proiettato a Venezia in qualità di film di chiusura della 76ª edizione. Si tratta ancora una volta di un giallo che fin dalle sue premesse propone al suo pubblico una trama intrigante e la volontà dichiarata di indagare al meglio una delle professioni più affascinanti e ricche di zone d’ombra: il critico. In questo caso il protagonista è il carismatico critico d’arte James Figueras, il quale viene invitato dal collezionista Joseph Cassidy nella sua tenuta sul lago di Como. Quest’ultimo gli affida un compito non facile: gli permetterà di intervistare il leggendario artista Jerome Debney – figura paragonabile a un J.D. Salinger che da cinquant’anni non concede più alcuna intervista – ma in cambio dovrà riuscire a ottenere un’opera firmata proprio da Debney.

Poteva essere un racconto sui pericoli di un’ambizione sfrenata, sul desiderio di riuscire a realizzarsi noncuranti delle sofferenze altrui, o ancora una riflessione arguta e penetrante sul ruolo del critico – dove a colpire è solamente la sequenza iniziale in cui Figueras inventa di sana pianta la storia di un quadro confondendo il proprio pubblico e riuscendo a convincerlo della sua bontà. Invece, a causa di una scrittura grossolana (specialmente nell’ultimo e confuso atto) The Burnt Orange Heresy finisce per ridursi al classico giallo da spiaggia, di quelli che capita di vedere tra le mani di donne di mezza età annoiate sotto l’ombrellone. Gli ingredienti certo non mancano: una missione pericolosa, un protagonista ambizioso e al contempo misterioso, un’amante focosa che si trasforma facilmente in preda, e un personaggio tutto da codificare, dotato di un carisma irresistibile (Debney). Dotato di un ritmo serrato, il film di Capotondi si attorciglia più volte su se stesso, confonde le scene di nudo con l’erotismo e perde la bussola una volta che le intenzioni di Figueras si palesano in tutta la loro malvagità; inoltre, Claes Bang non possiede certo il carisma di un James Cagney o il fascino di un Fred MacMurray, tanto che viene oscurato a più riprese sia dalla co-star Elizabeth Debicki, sia da Mick Jagger – il quale si ritaglia il ruolo dell’eccentrico collezionista Cassidy, in cui gigioneggia amabilmente – e Donald Sutherland – il cui Debney esce di scena un po’ troppo frettolosamente.

Di The Burnt Orange Heresy, basato sull’omonimo libro di Charles Willeford, rimane quindi la stravaganza del titolo e l’intuizione di affidare a una personalità come quella di Jagger un ruolo in cui la sua irrefrenabile motricità ed esuberanza è imbrigliata in un personaggio altrettanto luciferino quanto composto e misurato. Un’occasione mancata.

7 Settembre 2019
Leggi tutto
Precedente
Whities 023 (The Act of Falling from the 8th Floor)
Successivo
Squid – Town Centre EP

film

artista

recensione

artista

Altre notizie suggerite